Il Secolo dei Campi. Internamento, concentramento e sterminio

Il Secolo dei Campi

Internamento, concentramento e sterminio

Appunti per conferenza

L’argomento di oggi sono i campi di concentramento nel corso del XX secolo. Vorrei iniziare con le parole di un filosofo ceco: “I campi del secolo ventesimo. Il secolo ventesimo come campo”.

“Il secolo ventesimo come campo”.

Non c’è dubbio che il secolo precedente possa essere letto come il secolo dove i campi di concentramento si sono estesi ovunque nel mondo non risparmiando nessuna area geografica e coinvolgendo milioni di uomini, donne e bambini.

A partire dalla guerra ispano-cubana del 1896 fino ad arrivare ai campi di concentramento dell’ ex-Jugoslavia (anni Novanta del secolo precedente) non c’è stato anno o periodo storico in qualche modo segnato dalla fondazione stabile o temporanea di campi di detenzione/lavoro/morte seriale.

Basta pensare solo ai lager nazisti o ai gulag staliniani oppure ai laogai cinesi che continuano tuttora a esistere fino ai campi di internamento per militari e civili dovunque oggi scoppi una guerra.

Contare i campi nati nel XX secolo e contare i deportati e le vittime è esercizio inutile. Solo i lager nazisti furono 10.000! (“inflazione concentrazionaria”).

Possiamo però cercare di capire la logica dei campi e del loro proliferare individuando la funzione che essi svolsero.

Sulla base della funzione possiamo individuare, a grandi linee e forzando la realtà (molto più composita), tre fondamentali ripartizioni:

–         campi di internamento

–         campi di concentramento

–         campi di sterminio

Per campo di internamento intendo strutture nate per imprigionare masse di soldati che dovevano essere messe nella condizione di non riprendere la guerra, ma anche strutture dove detenere civili sospettati di attività contrarie al governo in carica. In ogni caso per campo di internamento intendo una struttura dove lo scopo è logistico (imprigionare masse di prigionieri di guerra), terroristico (imprigionare gli oppositori) ma il lavoro svolto all’interno appare poco importante.

Per capirci meglio è il caso di Dachau (1933) e dei campi per prigionieri della Grande Guerra. Oppure i campi americani per i civili giapponesi nel territorio americano durante il secondo conflitto mondiale.

Per campo di concentramento intendo strutture a volte enormi dove l’obiettivo è il lavoro schiavo esercitato in condizioni disumane da masse di uomini e donne accusate spesso a torto di attività controrivoluzionarie.

È il caso della Kolima, “Auschwitz siberiana”, all’estremo est della Siberia. È il caso di Auschwitz con la IG Farben, colosso chimico tedesco in quel momento impegnato a fornire all’esercito tedesco gomma e benzina sintetica.

Per campo di sterminio intendo invece strutture dove il lavoro non conta nulla perché l’obiettivo è uccidere subito chi arriva, indipendentemente dalle capacità lavorative.

È il caso dei quattro centri dell’ ”Aktion Reinhard” situati in Polonia dove saranno gassati e bruciati alcuni milioni di ebrei: Chelmno, Belzez, Treblinka, Sobibòr e poi Birkenau ad Auschwitz.

Per sintetizzare:

–         Treblinka ha la funzione di sterminare

–         Dora Mittelbau ha la funzione di sfruttare fino alla morte la forza-lavoro schiava

–         Manzanar (campo statunitense per civili giapponesi, 1941) ha la funzione di isolare potenziali avversari

La ripartizione che vi ho proposto è solo funzionale a non perdere la bussola nell’analisi del fenomeno “campi” nel XX secolo.

Come ha detto Barberini, i lager, i gulag, i laogai non sono scesi dal cielo, non sono affatto un fenomeno incomprensibile oppure da attribuire alla sola malvagità umana.

Anzi sono fenomeni che richiedono i tradizionali strumenti di analisi storiografica.

Modernità dei campi

Un primo aspetto però si impone: i campi, generalmente, sono frutto della “modernità”, detto meglio, del capitalismo e quindi del progresso tecnico-scientifico.

Vanno nella direzione della modernità scientifica i treni che portano ad Auschwitz ma anche i treni che da Mosca portano ai territori più lontani della Siberia (viaggi lunghi anche 50 giorni); i gas a tonnellate che hanno ucciso gli ebrei nelle camere a gas, anch’esse frutto della tecnica (capacità di impermeabilizzare gli ambienti con porte e finestre stagne, ventilatori per far uscire il gas); i forni crematori per ridurre tre cadaveri a ossa e cenere dopo poco meno di mezzora.

Oppure pensiamo al filo spinato, alla sua modernità capitalistica. Prodotto in serie negli Stati Uniti dal 1867 servì prima per contenere le masse di bovini nelle pianure americane da portare ai macelli di Chicago, poi il filo spinato (percorso da corrente elettrica) fu utilizzato per imprigionare masse di uomini già al tempo della Grande Guerra che altrimenti non si potevano detenere a meno di utilizzare un apparato di sorveglianza imponente.

È vero che nei campi di concentramento il cibo era scarso e maleodorante e la fame imperversava, ma come sarebbe stato possibile tenere in vita milioni di disperati nei campi senza una produzione alimentare di tipo industriale?

Quindi abbandoniamo ogni “nebbia metafisica” per guardare in faccia al mostro concentrazionario nella sua logica seppure aberrante.

Quando nacque il campo di concentramento? Chi fu l’ ”inventore”?

In genere si pensa ai nazisti in realtà la logica dei campi nacque ben prima, esattamente al tempo della guerra ispano-cubana del 1896 quando il generale spagnolo Weyler usa per la prima volta il verbo “concentrare” (anzi “reconcentrare”) i civili cubani.

Weyler si era accorto che gli ex-soldati dell’esercito cubano allo sbando erano protetti, rifocillati e nascosti dalla popolazione civile e aveva capito anche che tra un guerrigliero e un civile poteva non esserci alcuna differenza. Da qui il suo proclama del 17 febbraio 1896 nel quale ordina a tutta la popolazione cubana di abbandonare le proprie case per “riconcentrarsi” in luoghi definiti “protetti” e circondati dal filo spinato e da profondi fossati.

Numeri attendibili parlano di 400mila deportati con circa 100mila morti di fame, sporcizia, malattie, angherie dei soldati di guardia.

Se il modo di morire è uguale a tanti altri campi in luoghi e contesti diversi, i campi spagnoli a Cuba presentano aspetti che poi ritroveremo più avanti.

Prima di tutto la modernità: Weyler usa treni e filo spinato per i deportati. Il lavoro non è importante, anzi non lavorando nei campi, e non avendo nulla da mangiare, muoiono prima.

Non mancò neppure l’intervento umanitario quando il governo degli USA si disse “non insensibile” alla tragedia del popolo cubano preparando l’intervento militare che avrebbe scacciato per sempre la Spagna dal continente americano secondo i principi della “Dottrina Monroe”: l’America agli americani, ossia agli USA.

Prendendo a pretesto l’incendio del “Maine” gli USA attaccarono gli spagnoli a Cuba nel 1898 permettendo a Cuba una indipendenza fittizia.

Eppure il teorico e il pratico della “guerra totale” e di campi era stato un generale americano, in particolare il nordista, Philip Sheridan il quale nel 1870 confidò al cancelliere tedesco Otto von Bismarck che la migliore strategia in guerra “consiste in primo luogo nel colpire l’armata nemica il più duramente possibile, quindi nel causare ai civili sofferenze così immani da costringerli a desiderare la pace e da imporre ai propri governi di capitolare. Alle persone non dovevano rimanere che gli occhi per piangere le miserie della guerra”.

Da quale pulpito arrivava ora la condanna dei campi cubani che “hanno turbato il senso morale del popolo degli Stati Uniti” (Risoluzione del Congresso, aprile ’98).

In realtà i veri obiettivi erano lo zucchero cubano, l’accesso a Panama e quindi l’”America agli americani”.

I campi per i contadini boeri

Weyler era stato ferocemente attaccato dalla stampa inglese in quanto “macellaio”, “carnefice”, “violento”. Passano tre anni e gli inglesi in Sud Africa fanno la stessa cosa per spezzare la resistenza dei boeri, eredi dei colonizzatori olandesi arrivati qui nel ‘700.

La guerra anglo-boera era nata perché i boeri, alleati ad alcune popolazioni nere, si erano ribellati alla conquista inglese dell’intero territorio sudafricano.

I primi laagers (in olandese) nacquero nell’anno 1900 voluti dal generale Roberts per “internare” famiglie intere e così spopolare ampie zone “infestate dai ribelli” e praticare in queste la “terra bruciata”: distruzioni di fattorie e raccolti.

Con questa strategia Roberts “spezzava le reni” alla resistenza boera annullando ogni rapporto tra civili e combattenti; nello stesso tempo con la “terra bruciata” impediva ai combattenti di attingere alle fonti alimentari locali.

Per giustificare i provedimenti che condannavano alla morte migliaia di uomini, donne e bambini, gli inglesi diffondono a piene mani il razzismo nei confronti dei boeri visti come “finti bianchi”, in preda (le donne) a pulsioni sessuali malsane (sempre incinte) mentre gli uomini erano definiti più negri che bianchi (i “loro visi orrendi, le loro abitudini primitive”). In realtà invece i boeri erano fortemente razzisti e praticavano la “caccia” all’uomo nero nelle foreste.

Le vittime furono 28.000 di cui 26.00 donne e bambini, 20.000 di età inferiore ai 16 anni. Un numero maggiore di morti per i “nativi” le cui condizioni nei campi furono ancora peggiori.

Quindi fu la “democratica” Gran Bretagna a dare impulso ai campi e a diffonderli in Africa, teatro di innumerevoli tragedie e massacri nei decenni precedenti al tempo della conquista coloniale europea del suolo africano.

I Campi di sterminio

Vediamo la prima tipologia di lager, ossia i “campi di sterminio” che hanno caratteristiche proprie rispetto agli altri lager. E’ una prerogativa solo tedesca e in particolare nata solo durante la seconda guerra mondiale.

Sembra un paradosso ma tre genocidi del Novecento non hanno avuto bisogno di lager di sterminio oppure solo in misura minore. Sto facendo riferimento allo sterminio degli herero ad opera dei tedeschi nell’Africa sud occidentale (attuale Namibia, 1904); il genocidio degli armeni in Turchia e in Mesopotamia al tempo della Grande Guerra (1915-16) e il genocidio dei tutsi ad opera degli hutu nel 1994. Durò un mese, vennero uccisi 900mila tutsi con armi bianche.

In tutti e tre i casi il ruolo dei campi fu marginale: gli herero morirono nel deserto della Namibia dove vennero spinti dai tedeschi per morire; gli armeni morirono in massa lungo le piste infuocate che dovevano portarli nel campi della Siria e della Mesopotamia, ma morirono di fame, sete e violenze prima di arrivarci; i tutsi furono massacrati nelle strade, nelle piazze e nelle loro case in Ruanda.

I lager di sterminio nazisti sono strutture dove tutti coloro che arrivano nei vagoni piombati sono destinati alla morte immediata. Sono “fabbriche della morte” destinate esclusivamente agli ebrei polacchi e collocate lontano da occhi indiscreti, prevalentemente nella Polonia orientale.

Il primo Vernichtungslager fu Chelmno in Polonia (marzo 1942). Non è neppure un campo classico con spazi aperti e filo spinato. È un vecchio castello dove i deportati dai vicini ghetti polacchi vengono fatti spogliare nudi e poi fatti salire su camion a gas dove moriranno nel breve tragitto dal castello alle fosse di incinerazione. I gas di scarico vengono convogliati con un tubo dall’esterno.

Si calcola che vennero gassati con il monossido di carbonio e bruciati in fosse collettive almeno 150.000 ebrei solo a Chelmno.

Il monossido di carbonio non è una novità: venne sperimentato e utilizzato massicciamente per lo sterminio dei disabili tedeschi e austriaci dal 1939 al 1941 con circa 70.000 uccisi in sei centri specializzati nel “Programma Eutanasia” o “Aktion T4”.

Il secondo campo di annientamento immediato o della “morte immediata” (Hilberg) è Belzec, sempre nella primavera del ’42.

I 550.000 ebrei uccisi a Belzec vengono mandati in tre camere a gas, sempre funzionanti a monossido di carbonio, e poi bruciati all’aperto. Il gas è spinto all’interno delle camere a gas da potenti motori di camion e motori di carro armato. Seguiranno a poca distanza di tempo Treblinka (900mila morti) e Sobibor (200mila).

Potremmo definire Treblinka la “catena di montaggio della morte”. È la morte seriale di massa, un vero e proprio sistema industriale di messa a morte: dalla materia prima (gli ebrei) al “prodotto finito” (la cenere). Dimensioni ben maggiori ha Birkenau (Auschwitz II) (dal marzo ’43) con procedimenti sicuramente più “industriali”: in quattro  enormi crematori gli ebrei vengono fatti spogliare, sono introdotti in grandi e medie camere a gas e poi i corpi sono bruciati in una cinquantina di forni costruiti appositamente da una ditta di Erfurt, la Topf und Sohne.

Non si usa più il lento e costoso monossido di carbonio ma il più efficace Zicklon B prodotto a tonnellate per Auschwitz dalla ditta Degesch, affiliata alla IG Farben Industrie, il colosso chimico tedesco.

Rispetto ad Auschwitz-Birkenau il procedimento di messa a morte a Treblinka è più primitivo. Dall’arrivo dei treni con gli ebrei (materia prima da trasformare) ai forni crematori (riducono in cenere fino a 4500 corpi al giorno), a Birkenau tutto è perfettamente organizzato per fare in fretta e non intralciare il processo di “lavorazione, trasformazione e smaltimento”.

Le cifre di Auschwitz ci dicono che i deportati furono un milione e mezzo, di cui 900mila ebrei uccisi più 100mila tra polacchi, russi e deportati di altre nazioni.

Secondo Raul Hilberg Jasenovac (Craozia) fu l’”Auschwitz dei Balcani”, ossia un lager di sterminio. Fu gestito da croati per sterminare serbi, zingari, ebrei. In totale 50.000 morti

I Campi di concentramento

Ma Auschwitz non può essere visto tout court come campo di sterminio perché alla banchina ferroviaria di Birkenau c’era la famosa selezione: da una parte gli abili al lavoro, dall’altra gli inabili che finivano subito in gas.

La selezione per il lavoro schiavo è importante perché ci introduce nella seconda categoria di campi che sono i “campi di concentramento” veri e propri.

Per distinguere Dachau da Sobibor, Buchenwald da Treblinka, il criterio del lavoro è fondamentale. A Mauthausen prima di morire i deportati sono sfruttati fino allo stremo delle loro risorse e anche quando sono morti sono “utili”: i capelli delle donne, i denti d’oro di uomini e donne.

Il lavoro nei lager nazisti fu fondamentale dal 1941-42 in avanti, da quando i nazisti dovettero fare i conti con il fallimento della “guerra lampo” davanti a Mosca e Leningrado e dovettero prepararsi a una guerra logorante e dalle incerte prospettive.

Infatti fino al 1941 circa i deportati non ebrei nei lager erano poco o nulla sfruttati e gli ebrei subito mandati in gas. Da quell’anno numerose circolari delle alte sfere delle SS, che gestivano i campi, introducono norme volte a utilizzare al meglio la numerosissima e poco costosa manodopera presente nei lager, che poteva essere sfruttata a piacimento fino all’esaurimento delle risorse personali di ognuno.

Le SS fanno lavorare nelle proprie aziende i detenuti oppure li “affittano” alle aziende private, dal piccolo agricoltore alla grande azienda ad Auschwitz. Le tariffe sono differenziate per gli “specializzati” e i manovali.

Milioni di marchi furono il profitto di questo traffico di uomini.

Nei KZ viene attuato lo “sterminio attraverso il lavoro”, ossia sono centri di sterminio tramite il lavoro: si muore di lavoro, fame, violenze ma dopo essere stati spremuti fino alla fine. La differenza con Treblinka appare chiara. A Treblinka non ci sono alloggiamenti per i deportati, fabbriche all’esterno dei campi, lunghi tragitti a piedi per arrivare alle fabbriche.

Semplicemente chi arriva è destinato subito alla morte, anche se è un uomo o donna nel pieno del proprio vigore fisico.

Rispetto allo schiavo antico i lavoratori forzati non potevano riprodursi ma erano consumati fino all’esaurimento. Perché questo enorme spreco di manodopera che poteva essere utilizzata per il lavoro e contribuire a salvare qualcuno?

Semplicemente perché non c’era spazio per gli ebrei nella nuova Europa che doveva nascere dopo la vittoria. Dieci milioni di coloni tedeschi nei territori dell’Est dovevano dominare su quattordici milioni di slavi. Per gli ebrei orientali non c’era posto, quindi dovevano essere eliminati.

Il tema del lavoro schiavile nei lager non fu una prerogativa solo nazista. Anzi nel corso del Novecento il sistema del lavoro coatto fu alla base di impressionanti sistemi concentrazionari che provocarono diversi milioni di morti. Sono i gulag dell’età di Stalin e il sistema dei Laogai in Cina, nati al tempo di Mao e competitivi ancora oggi nel mercato mondiale.

I campi di concentramento. I Gulag

La sigla Gulag ci riporta alla “normalità” burocratica: “Amministrazione centrale dei campi”. In realtà i Gulag furono una gigantesca impresa schiavistica che si distingue dalle altre nella storia (es. la costruzione delle piramidi egizie) perché il lavoro era assolutamente gratuito e un cavallo costava più di uno zec, ossia un detenuto.

Difficile sintetizzare in poche parole i gulag. Possiamo dire che durante la Rivoluzione d’Ottobre i campi che vennero creati avevano obiettivi di tipo repressivo, ossia detenere in strutture di tipo carcerario i tanti avversari del nuovo potere sovietico.

Il lavoro nei campi dal ’18 al ’21 non ha alcuna funzione di tipo produttivo. I deportati (105mila nel ’21, 150mila nel ’22, 86mila nel ’24) devono essere messi nella condizione di non nuocere e relegati in campi dove fuggire era difficile.

I gulag sono invece legati al primo piano quinquennale voluto da Stalin il cui obiettivo è la rapida industrializzazione dell’Unione Sovietica, in realtà costruzione del capitalismo in U. S.

I geologi nel corso della metà degli anni venti stendono relazioni a dir poco ottimistiche sulla presenza in molte zone della Siberia di giacimenti praticamente illimitati di gran parte delle materie prime di cui aveva bisogno l’Unione Sovietica per la propria industrializzazione oppure materie prime da esportare per avere in cambio la tecnologia occidentale.

Rame, ferro, carbone, piombio, nichel, oro, argento, gas , petrolio, platino, cobalto, palladio, nichel… la Siberia era uno scrigno straordinario di ricchezze.

Ma come fare per sfruttarle? Portare milioni di operai, tecnici e ingegneri a lavorare là sarebbe stato particolarmente costoso (salari e stipendi più alti), il reclutamento sarebbe stato sicuramente lento e sarebbe stato difficile evitare di costruire scuole, ospedali, strutture di ricreazione per i lavoratori lontani dalle proprie case. Tutto questo sarebbe gravato sui costi di produzione e di vendita delle materie prime.

Come fare quindi? Semplice, deportando milioni di uomini e donne con il pretesto, il più delle volte totalmente infondato, di essere “nemici del popolo”, nemici del potere sovietico”, “nemici dello Stato”.

Bastava poco: non avere i documenti in regola, essersi spostato da una città ad un’altra senza i necessari permessi, una delazione anonima, essere familiare di un arrestato, l’accusa di trotskismo, avere espresso critiche al potere sovietico con alcuni amici (tra di loro c’era una spia), essere considerato un “asociale” (ritardi sul lavoro, scarsa produttività)… contadini che non avevano rispettato le regole degli ammassi (mercato nero), detenuti politici, kulaki che non volevano cedere la loro proprietà allo Stato, intellettuali e studenti riottosi, asociali (prostitute, ladri, alcolisti, disoccupati cronici), persone che sono riuscite a mantenere i ritmi di produzione (tecnici, ingegneri, operai, kolcosiani), criminali di professione, intere etnie non russe che furono deportate (tedeschi del Volga, i cosacchi di Crimea, i ceceni, altre popolazioni caucasiche…), furono le maggiori categorie dei Gulag.

Era facile quindi finire alle isole Solovki bagnate dal Mar Bianco, a Magnitogorsk (Urali), sede di un mastodontico complesso siderurgico (la più grande acciaieria del mondo negli anni dello “splendore” dei Gulag); a Norilsk, a 320 km sopra il Circolo Polare Artico, sede di miniere di rame e di un imponente complesso siderurgico; alla Kolima, nell’estremo nord est siberiano.

Se il numero di detenuti è ancora relativamente contenuto nei primi anni Venti, esplode a partire dai primi anni Trenta: nel ’35 sono 960mila; nel ’37un milione e duecentomila; nel ’45 un milione e mezzo; 2 milioni nel ’48; 2 milioni e mezzo nel 1950 fino al ’53, anno dopo il quale il numero di detenuti conosce una brusca caduta.

L’articolo 58 del Codice Penale è responsabile di alcuni milioni di deportati: 58-8, terrorismo; 58-10, propaganda o agitazione politica; 58-11, azione di gruppo e così via. Spesso le accuse erano totalmente infondate.

L’unica possibilità di rimanere in vita era mantenere le proprie capacità lavorative, altrimenti c’era la morte. Potremmo sintetizzare la filosofia dei gulag con la frase, “Lavora, altrimenti morirai!”.

La Kolima

Una delle zone assurte a simbolo dei Gulag fu l’area della Kolima, grande come l’odierna Ucraina, una delle aree più disabitate al mondo finchè i geologi scoprirono enormi quantità di oro in alcuni casi a cielo aperto. I geologi garantivano che la Kolima era meglio del Klondike!

Non si perse tempo e sotto la direzione dell’Nkvd nacque nel ’31 il Dalstoj, un trust per l’estrazione di oro, argento, platino e altri metalli che in tutto l’Estremo Oriente sovietico gestiva 160 lager.

Per dare un’idea dell’enorme quantità di oro che venne scavata, nel 1953 la produzione raggiunge le 2.048 tonnellate, che è il livello massimo in assoluto.

I prigionieri giungevano a Vladivostok dopo un viaggio in treno che poteva durare anche 50 giorni con soste lungo il percorso. Poi erano caricati come bestie su alcune navi che li portavano a nord nel porto di Magadan dopo una dozzina di giorni di mare spesso burrascoso. Da lì continuavano il loro viaggio verso le miniere più settentrionali, sempre per nave.

Per dare un’idea delle distanze, da Magadan venne costruita una strada dai detenuti lunga 2.000 chilometri con una serie di villaggi lungo il percorso dove prima dominava il silenzio artico.

Il criterio della vita e della morte alla Kolima era il lavoro: chi non appariva più in grado di lavorare era fucilato oppure abbandonato a se stesso in strutture di morte chiamati “ospedali”. La fame era divorante, il freddo assolutamente letale (si lavorava fino a un massimo di 54 gradi sottozero! A -55 scattava l’obbligo di non lavorare), gli abiti del tutto inadatti.

La morte era una continua compagna della vita dei deportati. Nessun problema di gestione del lavoro perchè c’era una continua sostituzione di manodopera logorata con manodopera “fresca”.

All’inizio nel ’31 la superficie dei lavori (Kolima) era di circa 400.000 chilometri quadrati, e all’inizio degli anni ’50 raggiunse i 3 milioni di chilometri quadrati (quasi dieci volte la superficie dell’Italia).

Oggi lo scavo dell’oro langue nella Kolima, non perché le miniere siano esaurite, semplicemente mancano gli schiavi e non vengono fatti forti investimenti necessari per far ripartire la produzione. Quindi la produzione di oro oggi non è più conveniente.

Straordinaria memoria della vita alla Kolima sono le 600 pagine di Varlam Salamov ne “I racconti della Kolima”.

Arrestato anche lui per attività controrivoluzionaria (art. 58) fece 17 anni di Gulag, soprattutto alla Kolima. La sua colpa: aveva criticato il potere stalinista tra amici, ma tra di loro c’era uno che l’aveva denunciato.

Una breve citazione dai suoi “Racconti”:“Nei campi del lavoro forzato si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore né senso del dovere…. Giacchè non c’è una sola costruzione importante che sia stata portata a termine senza detenuti, persone la cui vita non è che un’ininterrotta catena di umiliazioni, la nostra epoca è riuscita a far dimenticare all’uomo che è un essere umano”.

Parole che avrebbero un senso anche nei campi di lavoro di Auschwitz (una cinquantina), nei campi di lavoro di Dachau (circa 160), nei campi di lavoro di Mauthausen (una quarantina)… dovunque l’uomo è stato sfruttato fino alle sue ultime risorse fisiche.

In questa prospettiva il rapporto tra lager nazisti e gulag staliniani è impressionante.

Nei 35 anni della loro storia i lager del Dal’stroj videro passare più di 1.200.000 detenuti, 500.000 dei quali condannati per motivi politici. Centinaia di migliaia vi rimasero per sempre, vittime del freddo, della fame e del lavoro durissimo, delle fucilazioni delle guardie.  Il nome stesso del fiume, Kolyma,  divenne in russo sinonimo di lager.

Quanti deportati e vittime nel sistema Gulag? Molti storici concordano intorno a 20 milioni di deportati con due milioni di morti, dal 1929 al 1953.

Due giudizi su Stalin.

Indro Montanelli (notorio anticomunista) teneva la fotografia di Stalin sulla sua scrivania. Diceva che aveva ammazzato più comunisti lui di qualunque altro.

Amadeo Bordiga definiva Stalin il “più grande rivoluzionario borghese dell’epoca moderna” (superiore anche a Napoleone) perché aveva portato l’industrializzazione nel cuore della Siberia, in regioni dove l’uomo non poteva vivere.

I Campi di concentramento: i laogai

Fino alla fine degli anni ’70 non si sapeva nulla o quasi sul sistema dei laogai e anche oggi le informazioni ufficiali del governo sono molto frammentarie e tendono a minimizzare il fenomeno.

Laogai vuol dire “lavoro correzionale penitenziario” (rieducazione attraverso il lavoro), in sostanza è il “gulag cinese”.

I laogai nascono subito dopo la presa del potere di Mao (1949). Già nei primi anni Cinquanta hanno un aspetto ben definito.

Il modello a cui ispirarsi è quello sovietico, ossia la “punizione e la rieducazione politica attraverso il lavoro”. In realtà sono strutture dove domina incontrastato il lavoro forzato esercitato in condizioni disumane: fame, violenze e sfruttamento intensivo della forza lavoro fino all’esaurimento.

La variante cinese del lavoro forzato prevede il “lavaggio del cervello”, ossia il riconoscimento da parte dell’imputato dei suoi “crimini”.

Il linguaggio delle autorità parla di “riforma del pensiero” che permette di “cambiare l’uomo”. Tutto questo è ottenuto, nel momento dell’arresto, con una lunga confessione scritta, e poi con lunghe e insopportabili sedute dopo il lavoro volte a ottenere la completa adesione del detenuto al potere che lo sovrasta.

I cardini del sistema cinese sono “autoaccusa” e “pentimento” dopo molte “sedute di studio” dove ci si abitua alla delazione.

Il sistema prevede tre fasi:

–         il riconoscimento dei propri “crimini”

–         l’autocritica

–         la sottomissione all’autorità (pentimento pubblico con atto di soggezione al governo)

Anche nel sistema sovietico la “rieducazione” era considerata importante. In realtà nei Gulag sovietici non ci fu mai un tentativo vero di modificare il sistema di pensiero del deportato. Qualche azione di propaganda c’era ma del tutto inefficace di fronte all’arbitrio dei dirigenti dei Gulag, dei detenuti comuni che spadroneggiavano e della fame che imperversava.

Il “lavaggio del cervello” permetteva lunghe confessioni scritte che autorizzavano i giudici interni a comminare lunghe pene detentive e ad aumentare la produttività del singolo. Quindi l’”autoaccusa” rafforzava la componente produttività del lavoro forzato dei laogai.

Secondo Harry Wu «I laogai sono parte integrante delleconomia cinese. Le autorità li considerano delle fonti inesauribili di mano d’opera gratuita: milioni di persone, rinchiuse, che costituiscono la popolazione di lavoratori forzati più vasta del mondo. È un modo supplementare, ma basilare, che ha fatto volare l’economia: un’economia di schiavitù».

I laogai oggi

Secondo il “Quotidiano del popolo” (1983): “Vi sono 200 tipi di prodotti provenienti dai campi di lavoro, compresi quelli dell’industria leggera. Prodotti metallurgici: piombo, zinco, alluminio, oro, rame e mercurio; minerari: carbone, ferro, zolfo, fosforo; meccanici ed elettrici: automobili, macchine utensili, componenti e strumenti elettrici; chimici: concime, zolfo, gomma riciclata; chimico industriali; dell’industria leggera: indumenti di cotone, ventagli, calzature di cuoio, abiti. A cui si aggiungono 20 tipi di prodotti agricoli, i più importanti dei quali sono l’olio, il tè, la frutta e il pollame. Nel nel 1983 i campi producevano complessivamente 12 milioni di tonnellate di carbone grezzo, più 6000 macchine utensili, 6000 pompe agricole, 16.000 tonnellate di zinco, 200 di mercurio (un quinto della produzione nazionale) e 25.000 tonnellate di amianto (1/4 della produzione nazionale”.

Secondo un’indagine del 2008 della Laogai Research Foundation, nella Repubblica Popolare Cinese sono presenti 1422 laogai.

Sul numero dei laogai presenti nel territorio cinese e il numero dei detenuti non si hanno informazioni ufficiali. Il già menzionato Wu sostiene che dal 1949 alla metà degli anni ottanta si debbano contare almeno 50 milioni di prigionieri, e che il numero di prigionieri attuali si aggiri intorno agli 8 milioni. Sempre Wu, nel suo libro Laogai: The Chinese Gulag elenca 990 campi, ipotizzando che il numero reale sia da 4 a 6 volte maggiore.

Il Laogai Handbook 2005-2006 curato dalla Laogai Research Foundation aggiornato al settembre 2006 ne censisce 1045, riportando per ciascuno anche il tipo di attività svolto dai forzati.

Altre fonti ipotizzano che il fenomeno dei laogai in realtà sia molto più vasto di quanto si possa ipotizzare persino dalle stime di Wu.

Secondo Wu il volume della produzione venduta all’estero è impressionante contando sui bassi salari dei laogai (20% di un operaio cinese). Secondo altre fonti invece il sistema dei laogai ha perduto importanza dopo le liberalizzazioni dell’epoca di Deng.

Atri analisti invece sostengono che i laogai, dopo un certo declino negli anni ’70, sono stati rivitalizzati da Deng a partire dal 1983 quando ogni campo è stato trasformato in un’entità autonoma tipo azienda o fabbrica. Il direttore della “prigione” (nuova espressione al posto di laogai, dal 1994) può contare su un margine di profitto proprio in ragione del lavoro che riesce a far svolgere ai detenuti. Oltre al direttore ne beneficiano anche gli altri funzionari del laogai.

Le condizioni di vita però non sono migliorate nonostante la proiezione dei laogai nel mercato mondiale. Fame, lavoro e “riforma” rimangono sempre i cardini del sistema cinese.

La percentuale di mortalità oscilla tra il 2 e il 7 per cento. Con 8 milioni di detenuti vuol dire circa 280mila morti l’anno. L’alimentazione è in ragione del grado di “ravvedimento” e della produttività quotidiana.

All’estero spesso non si sa che dietro un’azienda cinese c’è un laogai. Per questo motivo ogni struttura ha due nomi: il nome del campo di lavoro e il nome dell’azienda conosciuta all’estero.

Secondo molti, tra cui Wu, i laogai forniscono organi umani per ospedali cinesi e stranieri. A questo proposito i detenuti vengono fucilati per l’immediato espianto di organi. La prova è la notevole facilità di utilizzo degli organi da parte degli ospedali cinesi rispetto a tempi più lunghi per altre strutture ospedaliere straniere.

I campi di internamento

Hanno la funzione di isolare temporaneamente o in modo duraturo individui sospetti o pericolosi. Per esempio i campi creati durante i conflitti bellici allo scopo di internare cittadini di un Paese nemico (es. i giapponesi negli USA).

Nella maggior parte di queste strutture non si pratica il lavoro forzato, quindi la funzione dei campi è preventiva, non punitiva. Le condizioni di vita possono essere lo stesso atroci, come nei campi franchisti durante la guerra civile spagnola.

L’evento bellico che inaugura le prime grandi concentrazioni di prigionieri è la guerra civile americana (1861-65). È la Guerra di Secessione del Sud schiavista rispetto al Nord abolizionista.

È la prima guerra “totale” dell’epoca moderna in cui non si distingue tra combattenti e civili e per vincere bisogna distruggere l’apparato produttivo del nemico e radere al suolo città e villaggi. Non a caso questa guerra farà 600.000 vittime su 27 milioni di abitanti.

Tra i campi di internamento peggiori ricordo Andersonville in Georgia nel quale muoiono 13mila nordisti in 15 mesi ed Elmira presso New York con 3000 morti pari al 24% degli internati. Sono percentuali da campi di internamento nazisti durante la Seconda guerra mondiale. I campi sono circondato dal filo metallico, non ancora dal filo spinato (1867).

I campi cubani degli spagnoli (1896) e i campi boeri degli inglesi (1900) sono campi di internamento per civili con l’obiettivo di spezzare la guerriglia nemica.

Qual è la logica? Dietro ogni civile può nascondersi un combattente o un sostegno alla guerriglia. Quindi è necessario mettere i civili nella condizione di non nuocere.

I campi di internamento italiani

I lager italiani ebbero tutti caratteristiche di internamento. Potremmo dire che nascono con il tentativo dell’Italia liberale di fine Ottocento di diventare un paese coloniale.

In Somalia ed Eritrea (a cavallo tra Ottocento e Novecento) nascono i primi campi per civili, sospetti, notabili locali. Visto che erano migliaia di persone vennero sfruttate nelle poche piantagioni presenti nel Corno d’Africa mantenendo la schiavitù. Eppure gli italiani erano andati in Africa promettendo di abolire la schiavitù portando la civiltà!

Al momento della riconquista della Libia, portata avanti dal fascismo, i campi nelle zone desolate della Sirte somigliavano più ai campi della “morte lenta” rispetto ai “normali” campi di internamento. Infatti a cavallo degli anni Trenta Graziani, Badoglio con l’avallo di Mussolini vollero dei campi di internamento dei civili cirenaici per spezzare la guerriglia del “Leone del Deserto”, Omar el Muktar, che teneva in scacco le truppe italiane.

Come fecero i fascisti? Deportarono tutta (!) la popolazione cirenaica nei lager lungo la costa (200mila persone) e stesero un cordone di filo spinato lungo 270 km dal mare al deserto lungo tutto il confine tra Libia italiana ed Egitto inglese dove di notte passavano i rifornimenti per la guerriglia.

Il risultato fu la minor incisività della guerriglia araba fino alla cattura e impiccagione di Muktar (settembre ’31). Si calcola che morirono di fame e abbandono nei lager italiani circa 100mila libici.

I campi di internamento italiani durante la Seconda guerra mondiale in funzione antislava ebbero le stesse caratteristiche: deportare in massa i civili come obiettivo terroristico e “liberare” le zone maggiormente “infestate dai briganti” rompemdo la solidarietà tra i combattanti e i civili. Tra i peggiori Gonars (vicino a Treviso) e Arbe (oggi isola croata).

Durante tutto il Novecento furono innumerevoli i campi di internamento per nemici veri o presunti.

Possiamo ricordare (l’elenco è incompleto):

–         i campi istituiti dopo la Rivoluzione d’Ottobre, da distinguere rispetto ai Gulag in quanto erano strutture provvisorie e il lavoro non era istituzionalizzato

–         i campi durante la Grande Guerra per masse di prigionieri (le “città di legno”)

–         i campi per civili appartenenti a nazionalità nemica durante la prima e la seconda guerra mondiale. Esempio cittadini tedeschi internati in Francia nel 1914, cittadini tedeschi internati in Inghilterra nel ’14 oppure cittadini giapponesi e italiani internati negli Usa nel ’41-42 dopo Pearl Harbour

–         i campi della guerra civile spagnola, franchisti e repubblicani

–         Dachau nel 1933 è un lager per comunisti e socialdemocratici nel momento della presa del potere da parte di Hitler (“detenzione preventiva”). In questo momento Dachau è già un KZ, però solo dal ’41-42 l’attività produttiva diventa fondamentale

–         I campi di internamento nazisti per prigionieri di guerra dove morirono di fame e malattie milioni di ex combattenti, es. tre milioni di russi

–         Campi di internamento italiani per ebrei stranieri, es. Ferramonti in Calabria

–         I campi titoisti per gli stalinisti in Jugoslavia dopo il 1948, es. Goli Otok, dove finiro anche stalinisti italiani (i “monfalconesi”)

–         Campi per civili algerini al tempo della guerra d’indipendenza algerina contro la Francia

–         I campi delle dittature sudamericane: Cile (1973) e Argentina (1976)

–         I campi della guerra civile nella ex Jugoslavia a fine secolo. Sono campi serbi dove si attua la “pulizia etnica”. Lo scopo è internare ma anche sterminare le etnie che dovevano scomparire dai nuovi territori della Grande Serbia

Conclusione

I campi di concentramento. La fine di una storia o una storia senza fine?

Questo è il titolo delle conclusioni di Rigoulot e Kotek ne “Il secolo dei campi”, 2001.

Una volta capita la “logica” dei campi è difficile immaginare una loro scomparsa nel nuovo secolo, anche se nazismo e sistema sovietico non esistono più.

Dovunque c’è stata una guerra nel Novecento, un colpo di Stato sono comparsi i campi, di detenzione oppure di concentramento. Sistemi democratici e dittatoriali ne hanno fatto uso con finalità diverse.

Il massiccio uso per il lavoro forzato, con gli indubbi vantaggi economici, fa temere che il sistema campi-lavoro schiavo non scompaia.  I laogai sono una parte sensibile dei successi dell’economia cinese.

Paradossalmente, tranne per il genocidio ebraico, per gli altri genocidi (herero, armeni, tutsi) il ruolo dei campi è stato minore.

Quindi è difficile immaginare per i campi la famosa “soffitta della storia” in cui relegare ciò di cui non sappiamo più cosa farne. Continueranno a far parte della storia anche nel nuovo secolo.

Vorrei concludere con un’affermazione di un deportato antifranchista (Marcos Ans) ad un altro deportato, un indonesiano, Ananta Toer:

“Piango per tutti quelli che sono caduti: che siano stati dei miei o dei vostri non ha importanza; sono comunque una parte di tutti noi”.

“Una parte di tutti noi”, così dobbiamo pensare a tutte le vittime dei campi: parte della nostra storia, parte di noi stessi.

Giancarlo Restelli

Gennaio 2013

 

 

 

Comments have been disabled.