“Diario di un italiano in guerra” di Pino Arini

“Diario di un italiano in guerra” di Pino Arini

Tunisia,  marzo-maggio 1943

Pino Arini è un sottufficiale italiano che vive in prima persona le ultime fasi della ritirata italo-tedesca in terra d’Africa.

Come è noto dopo El Alamein (ottobre-novembre ’42) l’esercito italiano conobbe solo un’affannosa ritirata che si concluse con la resa definitiva del 13 maggio dell’anno successivo a Capo Bon in Tunisia. Quel giorno dell’impero africano di Mussolini non rimaneva più nulla.

Pino Arini arriva a Tunisi il 7 marzo del ’43 in tempo per registare nelle sue memorie scritte in prigionia ciò che accadde in quei giorni. Nonostante l’abnegazione dei soldati italiani la sproporzione di forze rispetto agli anglo-americani era palese. Il risultato finale non poteva essere che la resa definitiva.

Pino Arini racconta quei giorni sfortunati con una bonomia che ancora oggi sorprende. Vede in faccia la morte molte volte ma non perde mai il suo sorriso su uomini e avvenimenti.

Raccomando agli appassionati di storia questo racconto anche perché sono davvero poche le testimonianze scritte sull’ultimo periodo della presenza italiana in Africa.

Ringrazio Stefano Pedretti, alunno Isis Bernocchi”, per  il lavoro di scannerizzazione delle pagine e trasmissione via web.

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Un giorno, la mia nonna, mi svelò l’esistenza di questo diario. Al momento, mi interessò molto l’idea di poter conoscere attraverso delle banali pagine bianche con dell’inchiostro stampato sopra una persona che purtroppo non ho potuto conoscere, ma che solo attraverso i racconti e i dolci occhi lucidi della mia mamma e della mia nonna, mi sembra di conoscere da molto tempo. Per questo, forse banale motivo, ho voluto dare una maggiore importanza a questo diario di guerra.

Spero che possa farvi piacere il mio lavoro, per me molto importante, volevo solo farvi partecipe di un frammento di vita di un uomo che ha segnato l’esistenza di ognuno di noi, anche di chi come me, mio fratello e le mie cugine non lo hanno potuto conoscere. Sono sicura che fosse una persona fantastica… e indimenticabile…

VI INVIDIO MOLTO… COME MI SAREBBE PIACIUTO SEDERMI SULLE SUE GINOCCHIA E DIRGLI UN SEMPLICE: ”CIAO NONNO, COME STAI?”… …

la sua nipotina Elena…

INDICE

Introduzione      pag.    l

Finalmente….si parte   pag.  2

La tradotta attraverso l’Italia  pag.  3

Tunisi  pag.  7

Verso un centro di smistamento   pag. 9

Alla linea del Mareth    pag.   12

Si ripiega all’Akarit  pag.  18

La nuova linea dell’Akarit   pag.  20

Ripiegamento verso Capo Bon   pag. 29

La linea di Enfideville    pag.  36

Preludio alla resa    pag.   44

Bou-Ficha    pag.   52 

INTRODUZIONE –

Mi sono deciso a scrivere queste semplici annotazioni per due ragioni: la prima, e certamente la principale, per occupare un po’ il tempo durante questa mia monotona vita di prigionia e la seconda per ricordare domani i fatti salienti di questo periodo infelice e lontano dalla mia cara Patria. E’ la prima volta che mi accingo a scrivere qualche cosa che non siano lettere commerciali od amorose, queste ultime poi in numero limitatissimo perché ho sempre preferito la parola alla penna, e già penso al giorno che potrò leggere queste pagine alla mia cara mamma la quale saprà certamente sorvolare su qualche involontaria sgrammaticatura o periodo sconclusionato, pregustando già la gioia di trovarmi vicino a lei colla testa appoggiata alle sue ginocchia a farla partecipe di questo periodo trascorso lontano.

In queste note sta la storia di un ufficiale italiano che è arrivato sul campo di guerra Africano all’ultima scena della tragedia, quasi all’epilogo della battaglia e che non ha potuto contribuire, se non in un’infinitesima parte, alla difesa del suolo africano. Ha subito però tutte le conseguenze di una resa, ha provato tutte le umiliazioni del combattente vinto, ha sofferto per l’annientamento della propria personalità, ha pianto nel lasciare la terra africana, che rappresentava per lui ancora terra italiana, mentre la nave solcava verso un continente nuovo e lontano. Ma sopratutto ha conosciuto nella sua essenza una delle condizioni più avvilenti in cui si possa trovare un uomo che, ingannato, ha combattuto in buona fede per la propria Patria: quella del prigioniero.

Chi non l’ha provata non può minimamente farsene un larvato concetto. Le parole più crude e le tinte più forti non possono rendere sufficientemente.

FINALMENTE …………….. SI PARTE !!!

Mi trovavo in quel di Valleggio sul Mincio, paesino ridente del Veronese, in addestramento e approntato per andare sul fronte russo con un battaglione di complementi della Divisione “Pasubio”. Ordini e contrordini di partenza si erano susseguiti per ben sei mesi e tanto che alla fine appena arrivava un ordine attendevamo fiduciosi il rituale contrordine.

Accadde però che verso la fine di Febbraio del 1943 in occasione di una mia breve licenza di un giorno, salutai velocemente con un “arrivederci presto” i miei cari e ritornai al battaglione fiducioso che non era quello l’ultimo addio ai miei cari. Il destino non mi è stato benigno in tale frangente perché fu appunto quel saluto affrettato l’ultimo che diedi ai miei cari. I

nfatti il 25 notte venivo svegliato dal mio attendente che mi portava un ordine del Comando molto strano: il battaglione deve essere pronto per le ore 16 del 26 a partire in tradotta con destinazione Africa. A tutta prima credetti ad uno scherzo del mio Comandante di battaglione, che era solito farne, poi pensai ad un errore del dattilografo, poi infine, osservando la serietà del mio attendente ed in seguito anche alle sue insistenze, mi decisi ad andare al Comando. L’ordine era preciso. E tutto il nostro equipaggiamento per il rigido clima russo amorevolmente curato dalle nostre care mamme preoccupate che il loro figliolo non avesse a soffrire troppo per il gelo? E l’accurato addestramento per un combattimento su di un terreno speciale quale il Russo? Un ordine e tutto cambia. Dalla Russia all’Africa; dal freddo al caldo; dai giubboni di pelliccia ai pantaloncini corti.

Ma le ore a nostra disposizione sono poche ed il lavoro di preparazione e’ molto. Non so rendermi conto ora come abbia potuto fare in tempo a preparare il reparto in si poche ore a mia disposizione: consegnare il materiale di casermaggio, distribuire a tutti il secondo paio di scarpe, ritirare ai soldati la moneta italiana per il cambio poi in moneta francese e tutto questo lavoro in un’atmosfera di eccitazione indicibile. E siccome avevamo già molto lavoro ecco che alle nove del mattino arriva un bel Generale con tante greche sul berretto a passarci in rivista e parlarci delle “orme di Roma Imperiale”, “della Patria immortale”, e infine della “fierezza immancabile del combattente”.

Infine gli ultimi addii alla stazione. La solita scena di una tradotta diretta al fronte. La fanfara del Reggimento che intona i soliti inni, il vermuth offerto agli Ufficiali dalla locale sezione femminile, la distribuzione del pacchetto di sigarette ai soldati con relativa bandierina tricolore, e soldati da caricare perché un po’ impacciati da eccessive libagioni per dimenticare e poi gli addii, gli abbracci ai colleghi che rimangono, i pianti delle fidanzate immancabili quando un reparto rimane per dei mesi in un paesino e infine i fischi di preavviso e poi ancora soldati che vengono aiutati a salire sul carro dai compagni e finalmente….. il convoglio si muove mentre la fanfara si allontana all’inno del Reggimento.

LA TRADOTTA  ATTRAVERSO L’ ITALIA

Dopo tanto lavoro snervante ritorna la quiete mentre la sera scende e le ombre si fanno più scure nel nostro scompartimento. Anche nei vagoni (uomini 40 ecc.) i soldati si sono sistemati per terra e l’effetto del vino svolge la sua azione benefica sulle palpebre ed in breve tempo il sonno li trasporta nelle loro case vicini ai loro cari che stanno per lasciare chissà per quanto tempo. Mi sistemo in uno scompartimento di seconda classe con un collega e presto la stanchezza ha il sopravvento sui dolori, sulle preoccupazioni, sull’incognita del domani. Alle prime luci ci svegliamo tutti, pronti a scendere alla prima fermata per una pulizia sommaria.

I paesini e le città sfilano davanti ai nostri occhi e rimaniamo per ore ed ore al finestrino quasi volessimo fotografare nella nostra memoria tanti luoghi cari che forse non rivedremo per tanto tempo. Per me poi il viaggio, dopo Napoli, assume un interesse particolare perché non ho mai viaggiato oltre tale città e quindi me ne sto tutto solo a godere la meraviglia di quel nuovo paesaggio, recriminando di aver viaggiato all’estero (Svizzera) senza prima aver conosciuto tutta la nostra bella Italia. Passando attraverso tanti paesi e città, mi meraviglia in un primo tempo che le persone nelle stazioni guardino questa nostra tradotta di soldati senza fare un cenno di saluto nè un semplice evviva a uomini che vanno a combattere lontano per la loro Patria.

Poi rifletto un poco e trovo una giustificazione anche per questo: siamo gli ultimi a partire; centinaia di tradotte ci hanno preceduto; le prime hanno avuto festeggiamenti lungo tutto il tragitto, poi, le altre che si sono susseguite, un po’ meno e infine anche le persone si vede che si sono stancate di agitare le braccia e gridare gli evviva. Ora ci guardano e solo i loro sguardi parlano.

I soldati invece mantengono alta la tradizione militare delle tradotte, lanciando frizzi più o meno scurrili alle popolane che incontrano lungo il cammino. Sono certo che questa tradizione del frizzo lanciato dai soldati alle popolane risalga per lo meno ai tempi di Numa Pompilio!!! Pazienza, si accontentano poi di così poco!!! Siamo colti durante il viaggio da diversi allarmi aerei, ma nessun incidente particolare è degno di nota. Si vive di galletta (timbrata 1934) e immancabile relativa scatoletta di carne ed il tutto tanto ben calcolato che qualche scatoletta manca.

L’unico festeggiamento l’abbiamo a Roma dove alcune ragazze (e molto brutte) ci offrono una immagine della Madonna ed un microscopico arancio molto anemico e denutrito. Ben poca cosa per essere organizzata!!! Pazienza e avanti; non è il momento di fare considerazioni. Durante il tragitto qualche soldato, passando dal proprio paesello, è tentato dal desiderio di fare una scappatina a casa per abbracciare i propri cari e nonostante la nostra assidua sorveglianza e le nostre raccomandazioni qualcuno manca all’appello. Ci raggiungeranno poi tutti con treni successivi.

Restiamo mezza giornata a Villa S. Giovanni in attesa del ferry-boat che finalmente ci accoglie tutti trasportandoci tranquillamente nella bella Sicilia.

Messina si presenta ai nostri occhi, all’attracco, coi segni evidenti del bombardamento subito. La stazione ferroviaria e’ stata colpita diverse volte e ben pochi muri, hanno resistito alle bombe. Molti binari sono divelti e parecchie vetture stazionanti mostrano i segni di un recente bombardamento aereo.

Altra tradotta ci attende ed un viaggio lungo, monotono e lento ci trasporterà a Castelvetrano. Quest’ultimo tratto del nostro viaggio si può proprio chiamare “lumaca”, tanta e’ la lentezza del procedere. Per colmo di sventura poi la locomotiva subisce anche un guasto e si procede per parecchie ore a non più di dieci chilometri all’ora. Questo trenino mi ricorda un poco quello della Val Gardena che nel 1941 mi porto’ a Selva a sciare per una settimana. Bei tempi!!! Ritorneranno??????

Il 1° Marzo alle ore 3 del mattino arriviamo a Castelvetrano. Dobbiamo percorrere quasi 3 chilometri a piedi per raggiungere il baraccamento dove i soldati possono riposare un po’ male. Noi ufficiali andiamo poi, sistemati i soldati, a riposare in una scuola dove sono stati allestiti dei lettini di ferro. Le poche ore di riposo sono veramente salutari perchè i tre giorni di treno ci hanno veramente spossato. Ma il tempo incalza e alle nove del mattino veniamo bruscamente svegliati dalla notizia portataci da un illustre incognito portaordini che dobbiamo partire subito per Sciacca.

Gli autocarri vengono allineati, si insaccano per bene i soldati (40 per autocarro) e si parte a tutta velocità. Siamo solo in due compagnie del battaglione perché le altre ed il Comando ci raggiungeranno col treno. Nel pomeriggio si arriva a Sciacca ed incomincia la nostra “via crucis” ai vari comandi di tappa per sapere dove dobbiamo sistemarci. Sciacca si presenta come un alveare di soldati di tutte le armi e specialità.

Pochi i civili e molti i militari. Sono quasi tutti reparti in attesa di imbarco per la Tunisia, via aerea. Tutte le cascine, edifici pubblici, porticati, sono occupati dalla truppa. La maggioranza però dei reparti organici sono attendati nei d’intorni. Continuo a viaggiare a destra e a sinistra per trovare una sistemazione anche al resto del mio battaglione che mi raggiungerà all’indomani. Verso sera, finalmente mi indicano un oliveto a cento metri dal mare ma distante 4 chilometri dal paese. Sistemo la compagnia nel miglior modo e alla fine mi accorgo che sono parecchie ore che non ingerisco cibo.

Risalgo in paese ed in un’osteria affollatissima trovo qualche cosa di disgustoso da ingerire mentre in compenso, dopo cena, mi è dato di centellinare un aromatico caffè puro al modico prezzo di 5 lire la tazza. A dormire vado nientemeno che al Grand Hotel “TERME” dal nome pomposo ma dall’arredamento molto misero consistendo questo in tante brandine di ferro allineate e nient’altro. Notte tranquilla e veramente riposante. Il giorno dopo arriva il rimanente del battaglione e la sistemazione è molto difficoltosa a farsi dato che l’oliveto si riscontra troppo piccolo per sistemare quasi ottocento uomini. In compenso però delle nostre fatiche abbiamo la gioia di poter fare dei bagni di mare sotto un sole cocente quasi estivo.

La Sicilia è veramente incantevole!!! La popolazione è sporca, le case sono povere, la vita è misera, ma in compenso la natura è stata prodiga di bellezze, la campagna è rigogliosa e l’occhio vi si posa con piacere ad ammirare la dovizia e la policromia del paesaggio. Ma al mattino seguente, quasi al comando di una bacchetta magica, ecco che il panorama cambia completamente; un acquazzone violento accompagnato da vento muta il paesaggio in un orrido. Con difficoltà indicibile le tende riescono a rimanere in piedi mentre si viaggia in un pantano spaventoso.

Il rancio ai soldati viene distribuito una sola volta al giorno ed in ore più impensate. I disagi aumentano sempre più e tutti noi ci auguriamo di partire in fretta da questa bella Sicilia, involontariamente inospitale. In verità a Sciacca si vive molto male causa specialmente la mancanza di attrezzatura per ospitare tanta truppa ed il nostro desiderio di partire al più presto è pienamente giustificato.

TUNISI

Il 7 Marzo finalmente arriva l’ordine di partenza. Con autocarri, parte del Battaglione viene trasportato all’aeroporto. Dista 15 chilometri circa dal paese e trattasi di un aeroporto di fortuna scoperto dai tedeschi in zona molto ben nascosta da montagne a ferro di cavallo.

Sino allora gli Alleati non lo avevano ancora scoperto, nonostante numerosi tentativi con ricognitori. Si parte verso le ore 14. E’ un convoglio di 16 apparecchi ed in ognuno entriamo in 27 circa con tutti i nostri bottini.

Indossiamo tutti la cintura di salvataggio, ci sediamo ai nostri posti e attendiamo il grande momento della partenza con un certo patema d’animo. Nessuna impressione degna di nota il mio primo volo. Sembra di viaggiare su di un grande autobus: variante unica sono i vuoti d’aria che ogni tanto ci fanno fare uno sbalzo verticale. Si viaggia a 100 metri circa dal pelo d’acqua. La formazione e’ perfetta; mi isso sulla torretta del mitragliere e posso così ammirare la formazione dei 16 apparecchi che viaggiano a così bassa quota si da dare l’impressione di sfiorare l’acqua da un momento all’altro. Passiamo l’isola di Pantelleria quanto mai deserta e squallida.

Dopo un’ora circa di viaggio tranquillo eccoci in vista della costa Africana. Altro quarto d’ora di viaggio ed appare sotto di noi l’aeroporto di Tunisi. La felicità di aver fatto un buon viaggio senza spiacevoli incontri è subito rattristata dal panorama dell’aeroporto. Apparecchi abbattuti al suolo ed in gran parte bruciati disseminati ovunque senza possibilità di distinguere se italiani o tedeschi.

Il pilota, giovane tenente molto simpatico, mi consola informandomi che il nemico viene giornalmente a far visita all’aeroporto lanciando il suo carico devastatore. Appena atterrati scendiamo velocemente dall’apparecchio e di corsa lasciamo il campo mentre i piloti ed il personale del campo, corrono ai rifugi. Siamo in pieno allarme!!! Raggiungiamo di corsa la strada asfaltata, ben caricati dei nostri bagagli, dove ci attendono degli autocarri.

Eccoci finalmente sul suolo Africano!!! A dire il vero, come prima impressione, mi sembra di trovarmi ancora in Sicilia non riscontrando subito a prima vista nessun particolare caratteristico di folclore. Vedremo poi in seguito la tanto decantata Africa.

Assaliamo gli autocarri per trovare un posto ma subito notiamo la deficienza degli automezzi in relazione al numero dei soldati che vi dovrebbero salire. Ci carichiamo come bestie ed alla fine i carri sono stipati all’inverosimile. Si parte ed incuranti dell’incursione aerea viaggiamo a buona velocità per raggiungere il Comando Tappa di Tunisi. Attraversiamo il centro di Tunisi verso le ore 18.

E’ una città veramente graziosa e ridente, ben costruita, con larghi viali a palmeti, negozi eleganti, ville meravigliose e Palazzi lussuosi. Città però continentale con poche note di colore. Il quartiere arabo lo visiteremo poi al mattino seguente. Peccato che anche qui i bombardamenti abbiano rovinato parecchie costruzioni!!!

Il giorno precedente al nostro arrivo un bombardamento in pieno giorno ha colpito parecchie zone del centro: manca la luce elettrica in tutta la città e si lavora in pieno per liberare le vie del centro dalle macerie. Arriviamo al Comando Tappa, che trovasi alla periferia della città, e sistemiamo i soldati in un campo: vengono montate le tende velocemente ed in poco tempo il nostro villaggetto è sistemato.

Col mio Comandante di Battaglione ed altri due colleghi troviamo alloggio in una villetta di proprietà di un connazionale da molti anni residente a Tunisi. Non essendovi però letti per noi risolviamo il problema stendendo per terra una coperta e coprendoci coll’inseparabile pastrano.

Non avrei mai supposto di poter dormire saporitamente sdraiato su di un pavimento a piastrelle!!! Al mattino l’ospite ci offre una buona ciotola di latte di capra e così rifocillati ci avviamo a piedi verso Tunisi città. Passiamo dal villaggio arabo dove facciamo conoscenza di una prerogativa tipicamente araba: la sporcizia più nera, la misera più squallida e l’inerzia congenita.

Andiamo a cambiare i soldi italiani in una banca tunisina e ne riceviamo la contro valuta in franchi francesi (Fr, 2,65). Giriamo in parecchi negozi ma tutti sprovvisti di qualsiasi genere: è evidente il fatto che i Francesi hanno tutto nascosto!! Unico acquisto: una bottiglia di acqua di colonia in un negozio dove ho avuto nel contempo l’occasione di attaccare un fortissimo bottone alla commessa che parlava italiano. Si nota tra la popolazione francese un senso speciale di tacita intesa: ho avuto l’impressione che fossero tutti in attesa di un grande evento a breve scadenza. Questa mia impressione si è poi dimostrata molto giusta: esattamente due mesi dopo entravano in Tunisi gli Americani e truppe Degaulliste!!!

VERSO UN CENTRO DI SMISTAMENTO

Ritorniamo al campo verso mezzogiorno e là mi attende una sorpresa: devo partire immediatamente colla mia compagnia e già i quattro autocarri carichi dei miei soldati aspettano solo il burbero comandante. Saluti e abbracci ai colleghi e partenza per una destinazione a me ignota (non ho mai capito poi perché tanti misteri inutili!!).

Attraverso così la Tunisia quasi sempre costeggiando il mare: seguo il viaggio consultando una piccola cartina geografica che ho con me e non mi stanco mai di ammirare il paesaggio sempre più bello. Ci fermiamo la notte a El Diem nei pressi di un antichissimo anfiteatro.

Trovo in paese un circolo ufficiali del Comando tappa e mi permetto il lusso di sedermi a consumare un discreto pranzo. A dormire vado in una palazzina annessa dove dei candidi lettini da bambola arredano tre localini. Notte meravigliosa e riposante!!! Al mattino presto di buon’ora riprendiamo il nostro viaggio e verso le dieci circa arriviamo alla città di Sfax.

L’impressione è quella di girare per una città morta! La popolazione, ad eccezione degli arabi immancabili, ha evacuato la città e solo qualche ronda si incontra per la via; negozi ancora aperti e vuoti danno il senso di un abbandono spaventoso.

Squadre di recupero asportano finestre e porte, banchi di vendita e tutto quanto ancora può servire ai vari reparti attendati nei dintorni. Dal Comando Tappa riceviamo l’ordine di raggiungere non il fronte, come pensavamo, ma un centro di istruzione è un centro di smistamento, perché i reparti che pervengono dall’Italia vengono qui inquadrati ed inviati in linea secondo le richieste e le esigenze.

La Tunisia ha una superficie di Kmq. 155.000. Cens. 1936: abit. 2.608.000 di cui 2.335.000 indigeni mussulmani; 59.400 indigeni israeliti; 213.000 europei di cui 108.000 francesi e 94.000 italiani. Se si tiene conto dei naturalizzati francesi, gli Italiani salgono a 150.000. Tunisi, capitale, ha 219.000 abitanti di cui 50.000 italiani e 42.000 francesi. Popolazione dedita all’agricoltura, pastorizia e pesca. Produzione mineraria Tunisina riguarda specialmente i fosfati. Discreti i depositi di minerali di ferro. Ferrovie Km. 2.100. Dal Maggio 1881 la Tunisia è protettorato. Reggenza ereditaria della Casa di Sidy Aly Bey.

Meravigliosa la residenza del Reggente. Questo centro trovasi in aperta campagna e l’unica casetta in muratura è stata requisita dal Comando italiano per l’ufficio del Colonnello Comandante. Come mi presento mi viene assegnato un campo in un oliveto e mi accingo subito a sistemare la compagnia, in attesa che rimanente del Battaglione mi raggiunga.

Arrivano infatti al giorno dopo le altre due compagnie. Purtroppo della mia compagnia mancano ancora cinquanta uomini rimasti in Sicilia in attesa di imbarco: hanno raggiunto il reparto dopo pochi giorni effettuando un viaggio disastroso perché scoperti da aerei nemici e inseguiti. A questo centro facciamo un po’ d’istruzione, ma in verità senza alcuna convinzione.

Sappiamo che a giorni dovremo raggiungere la linea del Mareth, dove si sta combattendo accanitamente. Durante la settimana trascorsa a questo Centro dal pomposo nome di El Agaret, di notte ci è impassibile dormire causa aerei nemici che picchiano insistentemente sull’aeroporto di Sfax lanciando palloncini illuminanti in tutta la zona in cui ci troviamo. Sono i primi contatti con le incursioni aeree nemiche e colle notti insonni.

Penso anche ad una organizzazione clandestina per abituarci alle fatiche che ci attendono!!! Mi sono sistemato in una buca col medico del Battaglione (Mastrorocco) e facciamo di notte tanti ragionamenti assieme che sfociano sempre verso le nostre case e i nostri cari lontani.

Avvenimento degno di nota è la visita al campo di un Generale: vuol vederci marciare e si lamenta subito perché non sappiamo fare a perfezione un dato movimento di massa per parata. Ma come, non dobbiamo andare a combattere? 0 siamo in attesa forse di partecipare ad una parata al parco? Pazienza; sistemi prettamente di marca italiana! Verso il 20 Marzo cominciano a partire le prime due compagnie del mio battaglione. La mia compagnia riceve l’ordine di partenza per il giorno 23 Marzo 1943. Baci e abbracci ai colleghi, al Col. Carenesecchi, dal quale mi allontano con vero dispiacere dopo ben sette mesi che sono alle sue dipendenze, e partenza verso il famoso “fuoco” con una certa trepidazione dato il momento speciale.

ALLA LINEA DEL MARETH

Parto con quattro autocarri, 200 uomini e 4 ufficiali subalterni verso le ore 10 del mattino. Quanta responsabilità pesa sulle mie  misere spalle!!! Passiamo per Mahares, Akarit, l’oasi di Gabes e altri piccoli centri arabi.

Lungo il cammino ai lati della strada, qualche tomba ben allineata e ben ordinata ricorda qualche incidente stradale o qualche bombardamento aereo. Le strade sono quasi deserte: solo qualche macchina tedesca e autoambulanza sempre in corsa pazza. Vegetazione misera di piccoli arbusti disseminati su ondulati mamelloni deserti. Ci stiamo avvicinando alla famosa linea dove si dovrebbe sentire odore di polvere!!! Dietro indicazioni raggiungo il Comando della Divisione GG.FF. alla quale sono stato assegnato colla mia compagnia dal Comando superiore.

Lascio gli autocarri, riparati da cespugli artificiali, e mi avvio ad una buca indicatami dove l’immancabile carabiniere solerte e vigile mi informa che il Generale è a riposare. Scendo ugualmente i pochi gradini tagliati nel terreno e mi trovo in uno stretto rifugio ben putrellato e coperto di sacchetti di terra. Un tavolo, qualche sedia ed un telefono formano l’arredamento di quel rifugio ove ha sede nientemeno che un Comando di Divisione. Mi presento al Capo di Stato Maggiore (Torta) e ad altri ufficiali del Comando che vi si trovano.

Noto subito che sui loro visi vi è la caratteristica di una forte tensione e stanchezza fisica: la notte precedente, ho saputo poi, c’è stato un attacco forte da parte nostra con fuoco ininterrotto delle artiglierie nemiche. Siamo tutt’ora in piena battaglia. Dichiaro subito il luogo di provenienza, la forza della compagnia e l’armamento.

Naturalmente, sempre per quella famosa organizzazione che regna maestra al nostro paese, si meravigliano tutti che non porto armi automatiche e subito capisco, dai loro discorsi, che non mi possono impiegare immediatamente pur essendovene grande bisogno. Ma non è vero che non avevo armi automatiche; le avevo in Italia, ma al momento di partire mi sono state ritirate tutte dopo averci rassicurato che ne avremmo trovate altre alla nuova destinazione. Ecco i grandi misteri inspiegabili !!!

Improvvisamente dal fondo del rifugio s’alza una stuoia ed appare il Generale Suzzani. E’ stato a riposare un poco. Porta sul viso i segni di un grande dolore marcato da profonde rughe. Ho saputo poi che da pochi giorni gli è morto un figlio, giovane ufficiale d’aviazione, in un incidente aviatorio mentre stava per raggiungere il padre in Africa. Mi presento ed anch’egli esprime la sua meraviglia nel sentire il mio misero armamento.

Viene incaricato il Ten. Parmiciano di sistemarmi colla mia compagnia nelle vicinanze, per passare la notte: al mattino mi dovrò ripresentare per la decisione circa la sistemazione del mio reparto. Vengo quindi accompagnato in una conca brulla distante non più di due chilometri dal Comando di Divisone. Il sole è quasi al tramonto ed una pace fatta di silenzio illude tutti quanti noi che stiamo per entrare nel ruolo dei combattenti veri.

A maggior tranquillità il collega che mi accompagna mi assicura che posso dormire tranquillo e mi consiglia di sistemarmi in una buca che troviamo già preparata con una buona protezione. Rimango quindi solo coi miei duecento uomini che subito si affrettano a sistemarsi in varie buche che trovano nella zona. Le prime ombre della sera scendono lentamente, mentre il sole scompare dopo un giorno di assistenza completa.

Mentre credevo definitivo ed incontrastabile l’occupazione della buca, ecco che mi si presenta un soldato di artiglieria a reclamare perché la buca è sua dopo un lavoro di ben due giorni per renderla ben protetta e per potervi dormire tranquillo. Mi ricordo che ho impiegato parecchio tempo per fargli capire che avevo ricevuto un ordine del Comando ma purtroppo sono certo che alcuni piccoli “accidentini” me li avrà mandati certamente! Certo che lavorare parecchie ore per costruirsi un rifugio e alla fine trovarsi senza riparo perché un illustre incognito l’ha occupato, non è una situazione troppo piacevole e anche qualche moccolo sfuggito è perdonabile.

Col sopraggiungere della notte, iniziano per me ore di vera passione difficilmente dimenticabili!!! Gli aerei cominciano a ronzare lanciando palloncini illuminanti; contemporaneamente inizia l’accompagnamento dell’artiglieria nemica cogli obici da 88, inconfondibili, e per ultimo gli aerei da bombardamento che depositano il loro carico nella zona.

Assicuro, con tutta sincerità e sicuro di non aver smentite, che per un povero diavolo che ha trascorso trent’anni di vita comoda e tranquilla, il trovarsi per la prima volta in un inferno di fuoco c’è di che a morire una prima volta solo di spavento. Come prima impressione da novizio mi sembra che il nemico abbia preso di mira proprio la zona in cui mi trovo: le pareti del mio rifugio rimbombano continuamente ed i calcinacci delle pareti mi riducono a guisa di un mugnaio nell’angolo in cui mi sono accovacciato.

Ed ecco che un tremito nervoso e violento mi prende tutto il corpo, e quantunque mi sforzi non riesco a vincerlo. Mi decido finalmente a cacciar fuori la testa della buca a mo’ di topolino e posso così ammirare, sempre con quel tal tremito, una delle più belle ma terrificanti illuminazioni che mai si possa immaginare. Tutt’altra cosa delle notti Veneziane!!!

Mi rintano dopo pochi minuti e mi metto a balbettare qualche preghiera raccomandando l’anima a Dio, visto che il corpo non naviga in acque tanto buone. E le ore sono lente a trascorrere; e gli aeroplani passano e ripassano sulla mia testa lanciando sempre il loro carico di morte; e l’artiglieria nemica continua incessantemente a vomitare fuoco; e tutto trema intorno a me con boati laceranti mentre il mio tremito personale non accenna minimamente a diminuire!!!

Che notte!!! L’alba mi sorprende ancora in condizioni sempre di angoscia. Il finimondo pero’ accenna a poco a poco, colle prime luci, a calmarsi ed allora mi decido a uscire cautamente dalla buca per vedere quanto è accaduto intorno al mio campo.

Scorgo subito parecchie buche nuove formate nella notte dalle bombe nemiche ed un pensiero di ringraziamento va alla mia buona stella che ancora mi assiste con benevolenza; mentre a poco a poco si levano dalle loro buche i miei soldati con certi visi sparuti che dicono tutta la loro ansia per la notte trascorsa.

Verso le otto mi decido ad avviarmi al Comando di Divisione dove devo definire anche la questione viveri, essendo ormai terminata la scorta a secco. Dopo aver fatto non più di un chilometro ecco che in cielo appare una formazione perfetta, meravigliosa di 18 apparecchi dai riflessi argentei.

Mentre me ne stavo incantato osservando ecco che vengo distolto da un vociare insolito mentre intorno noto subito un certo fuggi fuggi generale. Una voce anonima mi chiama dicendomi: “Sig. Tenente, corra subito nella nostra buca: non vede Io squadrone che viene nella nostra direzione?”

Mi precipito subito verso la buca dalla quale era uscita la chiamata ammonitrice e, non misurando bene la profondità, vi casco dentro come un salame. Due o tre soldati subito accorrono, sollevano e con piacere sento uno di loro parlare il mio dialetto milanese.

Dopo la prima impressione di sbalordimento, mi rimetto in sesto e chiedo informazioni circa questo “squadrone bianco” che non conosco. Mi spiegano allora, meravigliandosi della mia ignoranza in materia, che si tratta di una formazione aerea nemica che continuamente ed con compattezza spavalda, sorvola la nostra linea, sgancia il suo carico di bombe e scompare. Osservo intanto che le nostre mitragliere fanno un fuoco nutritissimo inseguendo la formazione.

Da tutte le parti circostanti le mitragliere cantano e incalzano a mo’ di tante fontane dall’alto zampillo, ma la formazione prosegue imperterrita finché lascia sulle nostre linee il carico di bombe con un boato spaventoso seguito da una nube scura che s’alza subito quasi comandata da una molla invisibile.

Ed è così che faccio conoscenza col famoso squadrone bisneo che dovrò rivedere poi tante volte e che tante palpitazioni affrettate imprimerà al mio cuore mettendo a dura prova il mio sistema nervoso!!! Passata la prima impressione mi viene spontanea una domanda che rivolgo ai soldati che mi ospitano nella loro buca: “Ma i nostri apparecchi dove sono??” Per tutta risposta si mettono tutti a ridere, poi il milanese, più confidenziale, mi spiega: “Sciur Tenent, l’è anca nun tantu temp che femm quela dumanda li’, ma ormai emm capii che l’è inutil pensag pu’, perchè se ved propi che se ricorden pù de nun!!!”

Li saluto tutti e proseguo il mio cammino verso il Comando, con l’occhio più vigile e l’orecchio più teso. Trovo il Capo di S.M. che, naturalmente, mi affida al capo dell’Ufficio Servizi il quale per fortuna non mi affida a sua volta ad un altro ma mi porta nella mensa e subito mi offre un buon caffè ristoratore che gusto moltissimo.

Simpatizzo subito con questo maggiore forse anche per via del caffè che è un validissimo galeotto. In un primo tempo il Maggiore pensa di inviarmi un istruttore ed un pezzo anticarro per istruire la mia compagnia ed impiegarla dopo pochi giorni con tali pezzi; poi si accorge subito del lato ridicolo di tale istruzione affrettata mentre la battaglia è in corso e pensa diversamente.

Si ricorda improvvisamente che vi sono due compagnie lavoratori ad un fosso anticarro e pensa bene di aggregare la mia compagnia a quelle ed impegnarmi, per il momento, in tale lavoro. Per il momento  non possono darmi attrezzi per lo sterro, segno evidente che non ne hanno, ma mi potrò arrangiare colle altre compagnie facendo regolari turni. Pazienza e avanti!!!

Parto con una guida e raggiungo il posto ove si trovano le due compagnie alle quali mi devo aggregare. Il posto è in una piana di frumento molto rado e rachitico oltre una decina di palme sparute disseminate per dare un po’ di colore locale.

Siamo a circa 500 metri dal castello di Novarmur dei Signori Triolet. Questo meraviglioso castello di proprietà di francesi, così mi hanno raccontato poi, era veramente degno di figurare in uno dei racconti delle Mille e una Notte. Modernissimo all’interno e arredato con una sfarzosità veramente principesca.

I proprietari, ricchi per la pesca del tonno, stavano iniziando importanti piantagioni e coltivazioni in tutta la zona del Mareth. Vivevano nel loro castello nel quale nulla mancava di agi e comfort: una piscina fantastica, terrazze, gioco del tennis, saloni immensi per biblioteca, ricevimenti ecc. La guerra li aveva colti in casa. Gli uomini però avevano fatto in tempo a fuggire lasciando sole nell’immenso castello tre donne della famiglia.

Gli ufficiali italiani allora, visitando il castello, avevano acquistato parecchia roba dai Tríolet: libri, coperte, stivaloni, abiti ed altro che poteva servire loro. Poi il cannone nemico si era andato sempre più avvicinando obbligando così le tre donne ad abbandonare il castello. Ciò poi che non fecero i soldati nell’opera di devastazione e asportazione lo fece il cannone distruggendo quasi tutto.

Al mio arrivo si vedeva in piedi solo la parte centrale dove vi era installato un osservatorio tedesco, molto ben corazzato. Dalla posizione in cui mi trovo colla mia compagnia mi accorgo subito che è quanto mai pericolosa: alla mia sinistra ho una batteria tedesca che spara continuamente, mentre sulla destra risponde incessantemente il nemico con obici da 88. Riusciamo a malapena a farci delle buchette, molto rudimentali, cercando di interrarci il più possibile per evitare quelle maledette schegge di proiettile, che a detta degli esperti non sono troppo piacevoli a riceversi.

Infatti verso il pomeriggio un colpo nemico da 88 colpisce in pieno il mio accampamento alzando un polverone immenso: volano molte schegge che miracolosamente non colpiscono i miei uomini già fatti maestri nell’arte di intanarsi velocemente.

La notte la si passa in bianco, perché aerei nemici e artiglieria ci tengono tutti svegli. Sono in una buchetta stretta, tipo quelle dei cimiteri, in compagnia del S.T. Pennisi che ha molto fiducia nella sua altezza (Siciliana). Il 25 Marzo mattina parto colla mia compagnia alla volta del fosso anticarro. Vi arriviamo dopo una mezz’ora di cammino e ci mettiamo subito all’opera con buona volontà.

Ma il nemico ci individua subito da qualche osservatorio ed i proiettili d’artiglieria cominciano a piovere abbondantemente intorno a noi. E’ un lavoro snervante ed inconcludente il nostro: un continuo alzarsi per buttarsi subito a terra al primo fischio in arrivo. Schegge a destra e a sinistra fischiano alle nostre orecchie. Il lavoro prosegue così lentamente che non si nota il frutto dei nostri sforzi.

Verso mezzogiorno faccio ritorno al campo con tre soldati leggermente feriti da schegge. Al pomeriggio, per fortuna, ci sostituisce un’altra compagnia nei lavori e noi rimaniamo nelle buche ad osservare lo sgancio dello squadrone che sorvola ben quattro volte la zona in cui ci troviamo. Giunge così la sera.

SI RIPIEGA ALL’AKARIT

Verso mezzanotte, mentre stavamo assopendoci dopo una giornata piena di emozioni per noi novizi, veniamo svegliati da un portaordini del Comando di Divisione. E’ l’ordine di ripiegamento!!!

Il primo dopo soli due giorni che sono arrivato in linea!!! L’ordine è di raggiungere a piedi la strada asfaltata ove troveremo autocarri che ci trasporteranno a destinazione. Sono circa 5 chilometri che dobbiamo fare a piedi e caricati dei nostri bagagli.

Durante tale tragitto parecchi soldati abbandonano per terra il bottino che rimpiangeranno poi dopo, ma per alcuni il peso è veramente gravoso dato anche la mancanza di allenamento a tali marce.

Arriviamo così sulla strada sicuri di trovare i tanto decantati autocarri ma con nostra sorpresa nessuno ci aspetta. Assistiamo invece ad un passaggio spaventoso e ininterrotto di autocarri e rimorchi stracarichi di soldati, e poi cannoni e trattori e autoambulanze e ancora carri di soldati e tutti che corrono all’impazzata.

Dopo alcune ore di sosta anche per noi arrivano due miseri autocarri che purtroppo devono servire solo per caricare tutti gli zaini o per lo meno il più possibile. Ci affrettiamo a fare due piramidi di bottini nelIa speranza che possano tutti arrivare ed in buone condizione. Per noi tutti l’ordine è di proseguire a piedi, raggiungere l’oasi di Gabes e là ricevere ordini dal Comando Tappa per la località destinataci.

Si tratta semplicemente di fare a piedi una trentina di chilometri per raggiungere Gabes. Prendo allora una decisione eroica assumendomi tutta la responsabilità. Riunisco i miei duecento uomini e do loro appuntamento al Comando tappa di Gabes.

In meno di un’ora i miei soldati sono spariti tutti, quasi al comando di una bacchetta magica!!! Hanno fermato autocarri, trattori, autocarrette e quanto altro possa chiamasi veicolo e sono scomparsi tutti ai miei occhi. Le altre due compagnie hanno proseguito invece a piedi e mi ricordo che la mia decisione suscitò molta critica da parte degli ufficiali delle altre due compagnie. Ma il proverbio dice “aiutati che Dio t’aiuta”.

A mia volta fermo un’autocisterna che passava ed in poco tempo mi trovo a Gabes non dopo aver subito una bella incursione che ha servito a rompere la monotonia del viaggio. Con mia grande sorpresa a Gebes vengo a sapere che il Comando Tappa si è già trasportato in altra località e pertanto non mi resta che mettermi sul ponte all’ingresso di Gabes e fermare i miei soldati ogni qualvolta li veda passare.

Dopo tre ore circa riesco a riunirli tutti o quasi (me ne mancano una ventina) e mi metto all’ombra di un meraviglioso palmeto a riposarmi un poco e riunire anche un po’ le idee. L’oasi di Gabes è veramente bella e suggestiva: le palme vi sono a migliaia e fitte fitte sì da dare l’impressione di una foresta incantata dove scorrono rivoletti d’acqua su di un tappeto di erba dai colori cupi.

Vado poi a girare per Gabes, semidistrutta dai bombardamenti, e incontro per caso un Ufficiale della mia Divisione il quale mi precisa che mi devo portare colla compagnia al Km. 376 sulla strada Gabes-Akarit. Mi rimetto allora sulla strada e adottando il sistema dei mezzi di fortuna spedisco i miei soldati raccomandando loro di fermarsi al Km. 376 dove io li raggiungerò. Sistema di organizzazione perfetto!!!

Alle ore 18 eccomi riunito colla mia compagnia con mancanti soli sei uomini che mi raggiungeranno tre giorni dopo e che non ho mai potuto sapere dove siano stati durante quei giorni di assenza randagia. Ed intanto il traffico stradale continua incessante o quanto mai spaventoso sì che gli incidenti automobilistici diventano un fatto di ordinaria amministrazione.

Mi sistemo colla mia compagnia in una zona brulla, piana con disseminati pochi arbusti qua e là e con la strada principale sulla destra mentre il mare, sulla mia sinistra, non dista più di un chilometro. Dotato di qualche badile, rinvenuto su qualche autocarro o abbandonato lungo la strada, mi metto al lavoro coi miei uomini per costruirci quella famosa buchetta tanto utile e indispensabile quando sorvolano gli aerei sulle nostre teste.

Notte incredibilmente calma che mi permette di riposare nella mia stretta buchetta, coperta da due teli, assieme al collega Pennisi al quale mi sto veramente affezionando anche per via della sua buona stella che ci assiste entrambi. Tutta notte il via vai continua sulla strada e si ha l’impressione di essere poco lontani da un grande autodromo.

Mi ricordo che durante il ripiegamento tre miei soldati, tutti e tre mantovani, in un incidente automobilistico sono stati proiettati su di un bordo della strada riportando fratture varie. Trasportati all’ospedale hanno avuto la fortuna di essere inviati in patria colla prima nave ospedale da dove mi hanno poi scritto. Fortunati loro che con poco se la sono cavata e hanno chiuso in breve tempo la parentesi della guerra!!!

LA NUOVA LINEA DELL’ AKARIT

L’Akarit è la nuova linea di resistenza che il Coamando Italo-Tedesco sta organizzando. Però una Divisione Tedesca è ancora verso Mareth e sta tenendo a bada il nemico in modo che tutti i vari reparti possano raggiungere la nuova linea dell’Akarit e sistemarsi subito a difesa.

Il Comando della GG.FF. non ha ancora ripiegato completamente ed i reparti affluiscono lentamente alla nuova; non sono ancora iniziati i lavori, fatta eccezione di un rudimentale fosso anticarro. Per me invece, più che la linea, sorge improrogabile il problema dei viveri.

Ho la responsabilità di 200 uomini e devo provvedere al loro sostentamento. Faccio subito la pace cogli Ufficiali delle due compagnie che erano con me al Mareth e che ora si sono sistemate vicino al mio accampamento (sempre interessato!!!) e mi aggrego a loro nella ricerca di una sussistenza per i viveri.

Purtroppo dopo una intera giornata di scorribanda devo far ritorno all’accampamento a mani vuote, e senza notizie precise circa la dislocazione di una qualsiasi sussistenza. Il 28 mattina il Comando di Divisione si sistema ed anche la nuova linea, se non fosse altro che con paletti e reticolati, viene almeno delimitata. Curioso il particolare di un camion con cinque nostri soldati che arrivati al ponte dopo Gabes lo trovarono già saltato per aria e allora non fecero altro che bruciare il camion e guadare il fiume per poter entrare nella nostra linea. Dopo preghiere e insistenze riesco ad ottenere al Comando Divisione un trabiccolo antidiluviano che dovrebbe rispondere al nome di autocarro e riesco finalmente a scovare a circa 30 Km dal mio accampamento sotto un piccolo ponte ferroviario la maledetta sussistenza che tanto invocavo.

Ecco però sorgere un altro problema: dove posso trovare gli attrezzi per confezionare il rancio caldo? Risposta: sempre e ancora mezzi di fortuna. Con bidoni vuoti di benzina abbandonati lungo la strada o gettati dalle onde sulla vicina spiaggia, ben lavati e bruciati, tagliati in due, si trasformano in perfette marmitte. Due grossi sassi distanti un metro l’uno dall’altro e con sopra trasversalmente due putrelle, formano la cucina che più economica di così non so pensarne un’altra. Mentre io provvedo adagio adagio a sistemare i miei uomini e provvedere al loro sostentamento, le due compagnie che stanno poco lungi da me hanno ricevuto l’ordine di passare in forza alla Divisione Trieste e lavorare al fosso anticarro.

Li vedo infatti partire al mattino su autocarri con badili e picconi per il nuovo lavoro che tra l’altro è uguale a quello effettuato al Mareth, che io ben ricordo. Durante tali lavori parecchi soldati ci hanno lasciato le penne e anche un mitragliamento aereo li ha colti durante un viaggio di andata colpendo in pieno due ufficiali. Per me invece non vi sono ordini e continuo ad essere in forza alla GG.FF.

La notte del 29 è un’altra di quelle notti memorabili che resterà nella mia memoria per molto e per molto tempo certamente. Erano esattamente quattro giorni che gli aerei nemici non si facevano sentire e cioè dal mio arrivo all’Akarit; in verità mi capacitava poco questo inusitato assenteismo da parte del nemico.

Verso le due di sera, già ero in buca e mi stavo leggendo per la cinquantesima volta la prima lettera giuntami dalla mamma, sento distintamente il rumore dell’aereo che si avvicina. Mossa fulminea per spegnere la candela e inizio dell’angosciosa attesa. Dopo poco la mia tenda si illumina: ci siamo!!!

I maledetti palloncini illuminanti. Esco ed infatti ne scorgo a decine che scendono ballando lentamente su tutta la zona in cui mi trovo. Sembra una illuminazione a giorno. Verso mezzanotte ai ricognitori subentrano i bombardieri che iniziano il carosello lanciando il loro carico. In tale notte ho avuto la netta sensazione che si chiudesse immaturamente il mio ciclo operativo quaggiù in terra. Ad un dato momento della notte, mentre già da qualche ora stavo addossato ad un’angolo della buca, improvvisamente sento un boato lacerante, vicinissimo agghiacciante!!!

Addio! E’ finita per me! Chiudo gli occhi e attendo il famoso trapasso! Saluto mentalmente i miei cari e mi raccomando a Dio prima di presentarmi definitivamente al suo cospetto. Ed il tutto nello spazio di frazioni di secondo. Passano però i secondi e vado costatando che il cuore seppur fortemente batte ancora e pertanto mi sento ancora vivo e vitale. Vorrei allora uscire per vedere cosa è successo, ma sento ancora il ronzio degli aerei che ancora non hanno lasciato il loro campo di azione. Molta terra e pietrisco mi ha coperto ma manca la forza materiale di pulirmi alla meglio e rimango così semi istupidito senza quasi connettere.

Mi sembra di essere un redivivo scampato miracolosamente ad una fine certa. Alle prime luci del mattino, quando gli aerei se ne sono andati definitivamente, mi è possibile finalmente uscire dalla buca ed assisto ad uno spettacolo che mi lascia quasi impietrito per qualche minuto. Tre bombe con alto esplosivo sono cascate al centro del mio accampamento formando tre rispettivi laghetti per l’acqua che è filtrata dal sottosuolo dopo il formarsi delle cavità. Sono buche dal diametro di 4-5 metri circa. Nessun mio soldato è stato colpito fatta eccezione di uno che trovandosi allo scoperto per un pressante bisogno personalissimo si è buscato una piccola scheggia nella natica.

A titolo di cronaca ricordo che la mia tenda non distava più di sette od otto metri dalla buca formata dalla bomba che è cascata più vicina. E anche questa è passata!!!

Il mattino stesso mi presento al Commando di Divisione e prego insistentemente di definire la posizione della mia compagnia sistemandola in qualche reparto. Nonostante le mie insistenze nessuno però vuol prendermi in forza sempre per via di quelle maledette pendenze amministrative che sono la tribolazione di tutti i reparti.

I miei soldati non percepiscono paga dalla metà di Febbraio ed io non so proprio come soddisfare le loro giustificate ed insistenti richieste. Interviene allora personalmente il Generale che decide di impiegare momentaneamente i miei uomini alla sistemazione della pista interna che va alla linea, mentre per la questione amministrativa dovrei interessarmi personalmente presso l’intendenza di Tunisi.

Per ora quindi ho ottenuto di impiegare i soldati e di questo ne sono felice perché ero realmente stanco di vederli bighellonare tutto il giorno nel campo attirando sempre più l’attenzione dei ricognitori aerei, nonostante le mie continue raccomandazioni e minacce.

Vado così a riconoscere la pista col Comandante del Genio dal quale dovrò dipendere per questo lavoro. Si tratta di una pista di circa quattro chilometri da rettificare in parte e sistemare riempiendo buche e spianando cocuzzoli. A Tunisi invio un mio Ufficiale perché ritengo più utile il mio lavoro rimanendo coi soldati.

Si iniziano subito i lavori, appena arrivati sul posto, e facciamo ritorno verso le 16 perché non ci è possibile consumare il rancio sul posto. Al secondo giorno, mentre stiamo lavorando, passa in auto il Generale e fermatosi mi raccomanda di accelerare i lavori impiegando tutta la compagnia dato che per prudenza invece avevo pensato di far un turno speciale di cinquanta uomini e ciò al fine di attirare il meno possibile l’attenzione degli aerei. Ma gli ordini non si discutono e non mi resta che impiegare tutti i duecento uomini.

Nonostante le mie raccomandazioni di stare distanziati, se ne stanno invece a gruppetti e sempre all’erta per correre a ripararsi dietro un cespuglio non appena si sente in lontananza rumore di aereo. Anche in pieno giorno gli aerei nemici continuano a visitarci e assistiamo al centramento delle nostre mitragliatrici che qualche volta (pochine) ha buon effetto con la caduta di qualche aereo. Ne avrò visti in tutto quel periodo una decina di aerei colpiti, incendiati ed abbattuti.

Ma il mio lavoro purtroppo, causa le continue interruzioni, continua molto lentamente!! Alla notte poi si riesce a riposare solo qualche ora saltuariamente sempre per la incessante visita degli aerei e così il lavoro diurno riesce sempre più faticoso.

Subentra poi il particolare che il nemico, da qualche osservatorio a monte, ha notato la colonna dei miei duecento uomini, come avevo previsto giustamente, ed un brutto mattino, appena iniziato il lavoro, comincia la musica dell’artiglieria su di noi. Ne risulta che il lavoro quasi si paralizza perché siamo molto più occupati a ripararci che a proseguire il lavoro. Per fortuna nessuna disgrazia!!

Decido allora di andare a lavorare di notte e cercare di riposare durante il giorno. Pero’ anche questo mio nuovo sistema fallisce ben presto perché la solita illuminazione di palloncini ci perseguita. La sera del 6 Aprile, passando dal Comando Divisione, vengo chiamato dal Generale il quale vuol sapere se ho sistemato amministrativamente la compagnia: spiego allora che il mio Ufficiale, recatosi a Tunisi, ha avuto come risposta che il reparto deve essere assunto in forza da un battaglione organico il quale è sempre autorizzato a sistemarlo amministrativamente.

Il Generale si arrabbia cogli Ufficiali del Comando trovando ingiusto che dei soldati rimangano per ben due mesi senza decade e decide immediatamente di sistemare la mia compagnia distribuendo gli uomini in tre reparti della Divisione. Che sia la volta buona??? Dubito un pochino.

Al mattino seguente verso le 9 parto col mio S. Tenente alla volta del Comando per prendere gli opportuni accordi. A trecento metri avanti il mio accampamento improvvisamente, mentre mi incamminavo lentamente, ecco che uno sbarramento di artiglieria nemica mi obbliga a buttarmi a terra come una rana. Dopo la prima sconfitta, mi rialzo, tento di fare qualche passo, ma altro tiro mi ricaccia a terra.

Fu in questa occasione che quando mi rialzai trovai i pantaloni tutti scuciti: lo scatto nel buttarmi a terra fu certamente violento! Capii allora che il proseguire voleva significare per lo meno, nel caso più fortunato, l’incocciamento in qualche scheggia e decisi allora di ritornare sui miei passi, anche per rincuorare i miei soldati che non sapevano se fermarsi nelle buche o indietreggiare, in seguito all’avanzarsi dello sbarramento. Per fortuna il tiro d’artiglieria si fermò a non più di cinquanta passi dal campo. E anche questa è andata bene!!!

Riparto al pomeriggio, sempre col buon Pennisi, nella speranza di non incontrare ostacoli. Raggiungo il Comando dove mi indicano sulla carta la dislocazione in linea dei reparti coi quali devo accordarmi per l’invio degli uomini e relativi documenti dei quali desidero ardentemente liberarmi. Proseguo a piedi verso la linea.

Mentre avanzo ogni tanto un sibilo al quale fa seguito il solito boato. Colpi a destra e a sinistra scoppiano. Noto, mentre cammino, che dalle varie buche i soldati osservano un po’ sorpresi questi due ufficiali che avanzano eretti nella persona in una zona centrata dall’artiglieria nemica! Certamente la nostra non è altro che pura incoscienza sorretta dalla provvidenza divina! Ma chissà perchè non sento affatto paura e non penso minimamente che un proiettile potrebbe colpirmi come un salame facendomi fare una fine non certamente da eroe.

Raggiungo finalmente un comando di battaglione che trovasi in prima linea ed in posizione molto scoperta. Mi vien da ridere, ora che quei brutti momenti non sono che un ricordo, se penso a quell’aiutante maggiore che scortomi dalla sua buca a viaggiare in piedi nella sua direzione mi gridò: “Buttati a terra, vuoi proprio farti vedere dal nemico e mettere anche noi in pericolo?”.

Mi presento al Maggiore e prendo con lui accordi per il trasporto degli uomini dopo il calar del sole. Purtroppo però un’altra complicazione appare improvvisamente a buttare per aria il mio programma. Squilla il telefono nella stretta buchetta: è il Comando Divisione che impartisce ordini al Battaglione per spostarsi immediatamente andando di rinforzo ad altro reparto che ha subito un sfondamento in un settore del fronte.

Il Maggiore non crede allora opportuno che io invii gli uomini per ora, ma sente invece il parere del Comando Divisione. Ritorno quindi un po’ mogio mogio alla Divisione dove trovo ancora il Generale che appena ravvisatomi dice testualmente: “Senti Arini, (ormai mi conosce) per ora non e’ il caso di smistare la tua compagnia; porta pazienza; il momento è molto critico ed i vari reparti sono molto impegnati ed in continuo spostamento.- Rimani dove sei coi tuoi uomini e attendi miei ordini.”

Questo è l’ordine preciso del Generale e con tale ordine ritorno al mio accampamento dove trovo i miei soldati che stanno smontando le tende e si preparano a partire. Comunico l’ordine del Generale e rassegnati tutti riprendono a sistemarsi nuovamente. Giunge così la sera!!!

Ed eccomi ad un’altra piccola tragedia della mia vita di guerra!! Verso mezzanotte, mentre stavo tentando di addormentarmi e già ero nella fase di dormiveglia, mi colpisce un rumore insistente ed insolito di autocarri sulla strada vicina. Mi decido a svegliare il collega Permisi che già russava tremendamente ed anch’egli è concorde con me che qualche cosa di insolito si svolge intorno a noi. Usciamo allora dalla buca e scorgiamo infatti sulla strada autocarri che vanno incolonnati nella direzione di Tunisi.

A piedi giungono da tutte le direzioni soldati che poi montano su autocarri e partono subito. Assisto a tale scena dal mio accampamento e poi la curiosità è tale che mi porto sulla strada dove interrogo qualche soldato. Vengo a sapere così che stanno ripiegando. Ci siamo per la seconda volta, penso subito!!!

Nel contempo mi si para davanti alla mente il ricordo delle parole del mio Generale: attendere i suoi ordini. Sento puzza di tragedia. C’è però poco da pensare: devo attendere e fidare nella mia buona stella. Intanto i miei soldati si sono tutti svegliati e mi girano intorno senza nulla chiedermi ma lanciandomi sguardi che sono tutti dei grandi punti interrogativi.

Comincia intanto ad albeggiare: il forte traffico sulla strada accenna a diminuire mentre la mia situazione non accenna a cambiare. Passa accanto al mio accampamento un giovane ufficiale di artiglieria che  disperato mi dice: “Sono rovinato: ho dovuto abbandonare 4 pezzi su 5 per mancanza di mezzi”. Povero diavolo, mi faceva veramente compassione, ma purtroppo io pensavo alla mia situazione che non era veramente troppo brillante. Quelle prime ore del mattino furono per me, in verità, ore di un tormento veramente indicibile. Ero veramente disperato!

La mia situazione non l’avrei certamente augurata neanche ad un nemico. Verso le sette mi decido ad inviare un sottufficiale al Comando per avere ordini. I minuti che passano mi sembrano eterni!!! Intanto i miei soldati avevano trovato una botte di vino e si stavano quasi scannando per riempire le loro borracce. Per ristabilire l’ordine ed evitare pugilati, ho dovuto rovesciare la botte e far scorrere per terra il nettare nero, fonte di discordia.

Alle 8 mi ritorna tutto spaventato e quasi senza voce il mio sottufficiale e riesco a capire dal suo sconnesso parlare che al Comando Divisione non vi è più nessuno essendo tutte le buche deserte. Ha trovato solo in una buca un paio di stivali ed un quarto di una forma di formaggio che ha pensato bene di portare via. La situazione mi si mostra allora alla mia mente molto ben chiara: è venuto l’ordine di ripiegamento ed il Comando di Divisione o si è dimenticato del mio reparto o nella migliore delle ipotesi non mi ha trovato nel buio della notte. Che fare allora??

Ciò che mi impressiona maggiormente è il silenzio che si è fatto intorno a me. La strada è deserta. Non c’é molto da scherzare ne da titubare: ritardare può significare far la fine del topo e cadere nelle mani del nemico molto stupidamente. Ma con che mezzi posso ripiegare? Ho con me un solo autocarro sul quale posso caricare i bidoni della cucina e qualche zaino. Anche in questo frangente, quando già disperavo, ecco che la mano della provvidenza venne in mio aiuto e mi stese la sua benefica mano.

Mentre colla compagnia mi sposto sul ciglio della strada, vedo avanzare verso di me due autocarri con rimorchio. Se sono vuoti, forse là è la mia salvezza!!! Sono infatti tutti e due vuoti e mi ricordo che quasi avrei abbracciato quei due autisti, tanta era la mia gioia. I due autisti mi dicono infatti molto candidamente che in verità non sanno proprio dove andare: dovevano ricevere ordini dal C.A. ma non vi hanno trovato più nessuno ed ora giravano alla cieca sperando trovare qualche Comando. Li requisisco subito e faccio salire in un battibaleno i miei duecento uomini.

RIPIEGAMENTO VERSO CAPO BON

Parto a tutta velocità. Dopo pochi chilometri siamo sorpresi da un mitragliamento aereo e facciamo appena in tempo a buttarci giù dagli autocarri e uscire dalla strada per ripararci alla vista degli aerei.

Sono quattro aerei nemici che scendono a bassissima quota a dare la vera caccia all’uomo. Una scheggia fischia vicino a me e si posa sul terreno a un metro circa dal mio braccio. La raccolgo che è ancora calda e penso di conservarla per ricordo ma subito mi accorgo che non è giusto questo nei confronti delle altre schegge che avrei dovuto conservare e allora la regalo ad un soldato che ne fa raccolta per portarle un giorno a casa.

Si rimonta subito ancora sull’autocarro e si riparte con una certa tal quale tensione e con l’occhio sempre vigile e l’orecchio teso. Raggiungiamo Mahares e anche noi ci fermiamo parche’ altri autocarri sono stazionanti in una piazzetta: chiedo ad un Ufficiale quale sia la meta di questo ripiegamento e vengo a sapere che dobbiamo tutti raggiungere il paese di EL DIEM. Il paese mi ricorda subito quella tal notte passata al Comando Tappa, durante il viaggio verso la linea del Mareth; rivivo nella mia memoria quella notte trascorsa in quella linda cameretta e ripenso alle nostalgie di allora, più ancora alle illusioni. Quanti avvenimenti da quella notte!!!

Da allora non mi è più capitato di dormire in un letto e chissà ancora per quanto tempo dovrò continuare a dormire per terra. Si riprende il viaggio. Passando sopra ponti e ponticelli notiamo il lavoro preparatorio del nostro Genio per farli saltare prima che il nemico li possa utilizzare. Ad El Diem troviamo i vari reparti disseminati negli uliveti che circondano il piccolo centro.

Mi fermo e appena sceso dal camion la prima persona che incontro è il collega Mingione, compagno dei bei giorni di Valleggio che abbraccio quasi avessi incontrato un fratello dopo tanto tempo di lontananza. Ognuno ha da raccontare i propri avvenimenti; ci mettiamo sotto un ulivo e diamo sfogo ai ricordi.

Noto intanto che la truppa è molto stanca e sta tutta buttata per terra dormendo. La stanchezza è tale su quei volti che non dà loro noia neanche il sole cocente che infiamma i loro visi: sono presi quasi tutti da quel tal sonno prepotente che avvince dopo una dura fatica ed una forte tensione di nervi.

Fra poco forse verranno svegliati e dovranno riprendere a lavorare, a far buche, appostazioni, piazzuole. Il nemico per ora non si sente e tutto intorno è pace apparentemente, ma forse fra un poco si farà sentire coi suoi ordigni di guerra e riprenderà la vita febbrile della guerra. Ma il tempo passa ed io devo trovare per forza il Comando Divisione per ricevere ordini e per sapere come mai si siano scordati del mio reparto.

M’avvio con gli autocarri e appena 500 metri fuori dal paese scorgo una segnaletica su di una pista che mi indica il Comando. Scorgo subito infatti un gruppo di tende ed inoltrandomi a piedi dopo poco mi trovo alla presenza del C.S.M.: al vedermi improvvisamente apparire noto sul suo volto segni di grande meraviglia e stupore.

Mi spiega allora che aveva incaricato un ufficiale, nella notte del ripiegamento, di venirmi ad informare circa la situazione ma che l’ufficiale nel buio della notte non aveva potuto assolutamente trovarmi. Al Comando erano tutti un po’ dubbiosi circa l’esito della mia fine e rivedendomi mi tributarono ovazioni quando poi raccontai la mia vicenda che ebbe lieto fine mercè la mia buona stella. Tutto è bene ciò che finisce bene! (bel soggetto per tema ginnasiale). Ed ora si tratta di sapere dove posso sistemarmi colla compagnia e se debbo finalmente scioglierla come è mio vivo desiderio.

Al Comando vien fatto quasi un consiglio di guerra per prendere una decisione in merito. Si sa già che la linea di El Diem potrà essere tenuta dalle nostre povere truppe non più di due o tre giorni, date la natura del terreno pianeggiante e l’assoluta mancanza di opere di difese e si prevede quindi un prossimo ulteriore ripiegamento verso Enfideville. Questo secondo i famosi “si dice”.

Il C.S.M. non crede opportuno per il momento immettere nei reparti i miei uomini e decide di inviarmi provvisoriamente al Comando Base della Divisione che si è già ritirato a Bir Chiari, nei pressi di Nebel, che trovasi nella penisola di Capo Bon. Quando la nuova linea di Enfideville sarà sistemata, allora mi farà chiamare e verranno immessi nei vari reparti i miei uomini. Sorge naturalmente il problema dei mezzi di trasporto per raggiungere Bir Chiari che dista nientemeno che 200 chilometri. Mezzi alla Divisione per me non ve ne sono e questo mi vien detto molto chiaramente.

Come fare? Si affidano ancora al mio vecchio sistema dei mezzi di fortuna e mi indicano su di un pezzo di carta la strada che devo percorrere. Tanti auguri, strette di mano a destra e a sinistra, ed io mi trovo ancora e sempre solo a risolvere il problema.

Unico mezzo a mia disposizione, un vecchio e sgangherato camion che viaggia male a non più di 30 chilometri all’ora. Cosa fare? Riunisco tutti i miei soldati, ormai veterani dei mezzi di fortuna, e spiego loro brevemente la situazione in cui ci troviamo. C’è inoltre l’inconveniente del percorso che è un po’ complicato ed allora traccio su di una trentina di cartoline postali l’itinerario e le distribuisco ai capi squadra che dovranno indicarla ai propri uomini. Non fisso termine per raggiungere la destinazione, raccomando loro la massima prudenza, monto sul mio trabiccolo caricando quanti zaini mi è possibile dei soldati, e parto augurandomi che tutto vada bene e che Dio me la mandi buona anche questa volta.

Durante tale viaggio, quanto mai pericoloso per il via vai continuo e quasi pazzesco degli automezzi, ho notato per la strada un gran numero di soldati che viaggiavano isolati in cerca certamente del loro reparto. Tutta gente che ripiegava con mezzi di fortuna e che non faceva altro che chiedere informazioni del loro reparto. Molti e molti soldati hanno poi raggiunto il loro reparto dopo una decina di giorni di vagabondaggio, trovando sussistenza nei vari comandi tappa appositamente costituiti.

Al calar della sera non mi fu possibile proseguire data l’oscurità ed il conseguente pericolo di andare incontro a qualche incidente, sempre per causa della eccessiva velocità degli automezzi tedeschi dei quali gran parte li ho trovati disseminati lungo il tragitto rovesciati o bruciati. Ma non mi riesce di trovare un centro abitato e alla fine decido di pernottare in aperta campagna.

Ho con me il furiere, l’attendente e altri cinque uomini. Poco lontano da dove mi fermo i miei uomini scorgono una capanna araba apparentemente abbandonata: non è altro che un piccolo recinto con al centro una capanna fatta di piante intricate e terminante a cupola. La vado a visitare ma un olezzo fetido m’investe appena vi metto dentro la testa e allora mi decido a piantare la tenda sotto un albero lasciando ai soldati il comodo di tale abitazione.

Come variante alla monotonia ho saputo che i soldati sono stati svegliati nella notte dall’arabo proprietario della zeriba e l’hanno fatto scappare subito a colpi di moschetto sparati naturalmente per aria. Sistemi molto sbrigativi e persuasivi questi per gli arabi!! Il mio attendente riesce a trovare da un arabo, che sempre si trova ovunque in Africa, una bottiglia di latte e due uova e così ben rifocillato posso riprendere il mio viaggio. Durante la seconda tappa, raggiungo i miei soldati che mi salutano dall’alto di automezzi di fortuna e ciò mi rincuora. Ad Enfideville trovo un gruppo di una cinquantina guidati da un mio ufficiale, che attendono placidamente un altro mezzo di fortuna che li possa portare a destinazione.

Fino a quel punto erano arrivati su di un lussuoso torpedone dell’aeronautica incontrato per la strada. Proseguo. Li potrò riunire tutti ? Non avranno incidenti lungo il viaggio? In verità sono molto preoccupato e penso sempre alla mia situazione ben sfortunata di dover viaggiare senza i miei soldati, sempre in attesa di una sistemazione e senza riuscire a capire bene quanto avviene intorno a me.

Mi viene di pensare tra l’altro come mai vedo i miei soldati che continuamente acquistano frittelle dagli arabi, latte, pane bianco, uova, datteri sempre pagando con regolare moneta francese? dove vanno a prendere i soldi? Sapevo con certezza che erano tutti al verde ed infatti mi sollecitavano continuamente il pagamento della decade da parecchio tempo arretrata. Mistero!!!

L’ho svelato poi. Incitati dagli arabi, e pressati dal bisogno, si vendevano a poco a poco il loro corredo realizzando fiori di soldi che mutavano subito in cibarie. Sempre gli stessi soldati e sempre pronti a commerciare in tutte le lingue, pur di realizzare soldi.

Al pomeriggio raggiungo finalmente Bir Chiari e dopo un po’ di peregrinazione nei dintorni riesco a scovare il Comando Base sistemato in un folto e ben occultato oliveto. Siamo in prossimità del mare e non mi stanco, appena giunto, di spaziare l’occhio su tanto azzurro. Dal mattino però un vento indiavolato, quasi un ghibli, imperversa su tutta la zona. Vi impiego più di due ore con l’aiuto dei miei uomini a montare la tenda.

Al comando Base trovo 5 o 6 ufficiali che subito m’invitano alla loro mensa. Hanno anche un grammofono con molti dischi e passo una bellissima serata, molto nostalgica però, perché le canzoni mi trasportano nella mia bella patria, vicino alle persone care ed una grande nostalgia mi assale. Quando ritornerò?

A poco a poco ritornano invece i miei soldati, a gruppetti o isolati e tutti mi raccontano le peripezie del loro viaggio: hanno fatto tutti il viaggio a piccole tappe, su autocarri, carretti, arabbi, autocarri, trattori, e anche qualche tratto a piedi. Mi raccontano alcuni che un loro compagno ha subito un incidente automobilistico ed è stato trasportato all’ospedale: viaggiava nientedimeno che a cavalcioni di un pezzo di artiglieria autotrainato che, investito da un mezzo tedesco, gli ha fatto fare un volo nel prato con conseguente frattura alle gambe e ad un braccio. Qualche mio soldato è andato a finire anche a Tunisi; ha passato un bel giorno in città e poi è tornato indietro, raggiungendo sempre con mezzi di fortuna il mio attendamento.

Intanto ho dovuto impiantare altre cucine, costruire ancora le marmitte coi soliti bidoni e girare come un dannato per poter scovare quelle maledette sussistenze che sembra facciano il possibile per nascondersi alle ricerche dei reparti affamati.

Siamo così giunti ai primi di aprile!!! Dopo qualche giorno di permanenza a Bir Chiari, parto una mattina col camion della posta alla volta di Enfideville ove so si sta sistemando il Com. Div. e dove sarà anche la nuova linea di resistenza.

Voglio ricordare un particolare di questo mio viaggio a Enfideville. L’autista del camion postale, un caporal maggiore vecchio africanista, mi ricorda, appena lo vedo, una persona conosciuta ma però molto più giovane. Sforzo la memoria ma per quanto mi scervelli non mi riesce di individuarla.

Deciso ad abbandonare le ricerche, faccio come di consueto la prima domanda per avviare la conversazione e gli chiedo di che paese sia. Mi risponde subito in dialetto: “di Meda”. Come per incanto mi viene subito alla memoria il rubicondo viso del controllore capo della T.E.B., certo Mariani. Si tratta infatti del figlio di questo Mariani e non poté essere diversamente data la rassomiglianza veramente grande. Quando poi viene a sapere il mio nome, ricorda subito mio padre ed il periodo della nostra permanenza in quel paese. Rievochiamo assieme molte persone e molti bei ricordi di un periodo tanto tranquillo e l’avrei proprio abbracciato nel sentirlo parlare della bontà di mio padre e della stima generale che aveva suscitato in quel paese!!! Povero e grande il mio papà!!! Quando potrò riabbracciarti??

Ma lasciamo da parte le malinconie e proseguiamo il viaggio verso Enfideville. A circa 10 chilometri da Enfideville notiamo un cartello segnaletico della Divsione GG.FF lungo la strada e ci fermiamo subito.

Qual e’ la prima persona che incontro appena sceso dall’autocarro? Il buon Col. Carnesecchi che appena mi ravvisa mi corre incontro e mi abbraccia, felice di rivedermi e desideroso di sapere mie notizie e dei miei colleghi. E’ rimasto sempre al centro d’istruzione dove comandava un battaglione di formazione: poco prima del ripiegamento è stato assegnato alla mia Div. che ha raggiunto al El Diem la sera precedente.

Nel viaggio da El Diem a Enfideville, mi racconta, ha avuto un incidente automobilistico; se l’è cavata senza guai mentre la macchina si è ridotta in condizioni da essere inutilizzabile. Sono proprio contento di ritrovarmi col mio vecchio Colonnello e ancor più perché ora trovasi assegnato alla mia Divisione e penso di poter restare con lui appena gli avranno dato il comando di un battaglione.

Mentre noi chiacchieriamo, il C.S.M. ed il Generale sono nei dintorni per trovare una sede adatta al Comando. Nelle prime ore del pomeriggio ritornano tutti e provvisoriamente ci si mette all’aperto in un uliveto cogli automezzi: vengono distribuiti viveri a secco ed anche il Generale mangia in piedi in compagnia di un altro Generale.

Veniamo a sapere che il nostro Generale Suzzani rientra in Patria e partirà fra due giorni. Beato lui che se ne va!!! Alla sera non mi è possibile rientrare al mio accampamento perché il camion del Mariani deve ripartire all’indomani per ordine del Comando.

Dove passare la notte senza neanche una buchetta? Mi viene in aiuto il buon Mariani che mi cede la sua brandina con coperte sistemandola sul camion, mentre lui si butta a terra lungo un ficheto. Durante la notte è un continuo lancio di palloncini illuminanti e sgancio nei dintorni. Riesco a dormire ben poco e solo verso il mattino un bel sonno ristoratore allenta i miei nervi abbastanza tesi.

Al mattino il Comando si prepara per andare a sistemarsi nel posto scovato il giorno precedente, come il più adatto e abbastanza vicino alla nuova linea. Io ricevo ordini da comunicare alla base ed il C.S.M. mi assicura che entro pochissimi giorni, due o tre al massimo, mi avrebbe chiamato colla mia compagnia per sistemarla definitivamente. Riparto col Mariani, non dopo aver prima salutato il Col. Carnesecchi raccomandandogli ancora di ricordarsi di me nella sua nuova destinazione e me ne ritorno così alla volta di Bir Chiari.

Ricordo che in detto viaggio passando da una fattoria abbandonata ci siamo fermati e trovata molta roba abbandonata ne abbiamo fatto un abbondante bottino: una batteria da cucina, sedie, libri vecchi, lampade ad olio ed altri oggetti che ora non ricordo. Ho notato subito che altri però mi avevano preceduto nella razzia data l’assenza di abitanti nel pollaio: solo nella stalla vi erano due cavalli, magrissimi, che si aiutavano vicendevolmente per rimanere in piedi. Peccato proprio non aver potuto trovare un bel maialino per festeggiarlo allegramente!

Rientro in compagnia dove naturalmente vi sono sempre beghe da sbrigare: o perché un soldato è rientrato ubriaco o perché un altro lamenta un furto e via dì questo passo. Passo a Bir Chiari altri due giorni con la solita monotonia della visita di aerei nei dintorni ove trovasi un aeroporto tedesco. Ormai però si è tutti abituati a detto genere di visita e si dorme abbastanza tranquilli.

LA LINEA DI ENFIDEVILLE

Giunge così il 13 Aprile: data degna di nota perché al mattino arriva un collega con quattro automezzi e con l’ordine di trasportare la mia compagnia in linea dove verrà suddivisa nei vari reparti. Che sia finalmente la volta buona?

Ho già preparato le mie note per lo smistamento e così lascio Bir Chiari e mi avvio alla volta di Enfideville. Accompagno 100 uomini al lX Bt. Autonomo che si trova su di una linea in prosecuzione di quella che parte dal mare, tenuta dai GG.FF. Rimango a colazione al Com. Btg. ove trovo i miei colleghi di Valleggio (Mingione, Russo, Pennisi) coi quali abbiamo molto da raccontarci in lieto simposio.

Al pomeriggio accompagno un altro gruppo di soldati VIII Bersaglieri ed al Reg. GG.FF. Alla sera ho così terminato il mio giro e assolto il mio compito; una certa tal quale malinconia mi assale nel lasciare i miei soldati dopo più di sette mesi che facevamo vita comune e passato assieme tenti brutti momenti. Mi avvio al Com. Divisione col mio buon attendente Costa, che non mi vuol lasciare. Sciolta la compagnia non so ora quale sarà il mio destino perché solo alla Div. saprò la mia nuova destinazione.

Mi presento al C.S.M., comunico di aver provveduto alla sistemazione dei miei uomini nei vari reparti e chiedo la mia assegnazione. A tale richiesta m’interrompe subito dicendomi: “Caro Arini, qui al Comando abbiamo perso due Ufficiali in questi giorni ed ho pensato a voi: dovete rimanere a prestar servizio alla Divisione”.

E’ un ordine perentorio e non posso che ubbidire. Certamente il destino vuole così ed io non voglio certo contrastarlo!!! Eccomi quindi assegnato al Comando di una grande Unità e precisante all’Ufficio Servizi. Mi faccio subito una buchetta scavata in una parete di un uadi ed al mio fianco si sistema l’attendente che è ben felice di dividere la mia sorte.

Il 15 Aprile parte il Gen. Suzzani coll’ufficiale d’ordinanza al quale affido due rotoli di negative ed una lettera per casa. Arriveranno a destinazione? Salutiamo commossi il Generale che saluta e abbraccia i suoi collaboratori cogli occhi luccicanti e molto emozionato. Lo sostituisce il Gen. Boselli, che, reduce dal fronte Russo, dove è rimasto soli 18 giorni tutti impiegati a ripiegare, è ritornato ammalato e con sei mesi di convalescenza. Dopo un solo mese dal ritorno, interpellato se voleva andare in Africa, ha risposto: “Ad un Boselli si comanda, non si chiede”. Ed è così venuto in Africa a sostituire il Gen. Suzzani. Povero Generale: ha preso il comando della Divisione il 15 Aprile ed al 13 Maggio ha deposto le armi! Certamente poco fortunato se si pensa al precedente della Russia.

Inizio così il mio lavoro che si presenta non lieve. L’Ufficio servizi e’ composto da un Maggiore (Di Fabio) da un Capitano (De Dominici) e del sottoscritto che deve fare un po’ di tutto e orientarsi presto perché lavoro ve n’è molto. Confesso che i primi giorni sono stati un po’ duri in verità!

Ho dovuto saltare come un merlo e dimenticare anche qualche volta l’ora dei pasti. L’ufficio servizi ha per compiti principali: l’organizzazione del P.A.M. (posto avviamento munizioni), l’autodrappello, la sussistenza e tutti gli extra approvvigionamenti oltre altre mille incombenze che vanno dalla sistemazione di tutto il Comando fino al lavoro della segnaletica.

E comincio così a correre (finalmente in automobile) in tutte le direzioni per prendere contatti coi vari servizi, per impratichirmi delle dislocazioni dei reparti e per portare e ricevere ordini contingenti. La mensa del Comando è sistemata in una bella buca e non ci si può veramente lamentare del funzionamento: si mangia molto bene con cristallerie e posate e per i primi giorni mi sembra di sognare, tanta è la mia meraviglia.

L’unico inconveniente è la presenza del Generale che rende l’atmosfera un po’ gelida quasi che la mensa fosse più una sacrestia che un luogo ove si passano momenti allegri. Dopo soli tre giorni di permanenza in quell’uadi e mentre già avevamo raggiunto un buon grado di sistemazione, ecco che un ordine superiore ci obbliga a spostarci entro poche ore, dovendo venire nella nostra zona un btg. Tedesco.

Ordine improvviso ed esecuzione immediata. Parto subito in macchina alla volta del nuovo posto assegnatoci che dista 5 chilometri circa in linea d’aria. Devo vedere alcune sistemazioni immediate da farsi e poi ritornare subito a riferire. Al ritorno, circa le 22, per evitare un autocarro tedesco, vado a finire colla macchina in un fosso a lato della strada rovesciandomi a metà…

Per fortuna niente di male e alcuni soldati che passavano mi aiutarono a rimettere la macchina in strada permettendomi di ritornare abbastanza in fretta al Comando dove ero atteso. Al Comando ad uno ad uno gli automezzi si allineano e partono mentre già il reparto tedesco invade l’uadi colla tipica prepotenza a noi già nota; io parto per ultimo col carrozzone ufficio ove sta la cassa del Comando.

Mi faccio il viaggio comodamente seduto nella frau del Generale e senza incidenti di sorta. Il nuovo posto si dice sia provvisorio e che all’indomani dovremo girare nei dintorni per scovarne altro migliore. Tutti gli Ufficiali intanto piantono le tende e se ne vanno a dormire. Io preferisco dormire in macchina, ravvolto nella coperte. Al mattino appena sveglio mi mangio una gustosissima scatoletta di carte accompagnandola colla solita galletta di cemento armato e per aggiunta un pacchetto di datteri compressi (pigiati dai bei piedini degli arabi) offertimi dal mio autista, pretto ambrosianone di autentica marca. E poi via subito col mio Maggiore alla ricerca di una buona sede, ben riparata, non molto lontana dalla linea e di facile accesso.

Giriamo per ore ed ore su colline impervie, sentieri quasi impraticabili ed uadi tortuosi ma purtroppo quando scoviamo una posizione che ci sembra adatta e rispondente a tutti i requisiti, la troviamo sempre occupata da un reparto tedesco. Disdetta!!!

Alla fine decidiamo di ritornare ed il nostro Generale, che ci accoglie, sentita la nostra relazione, ordina di effettuare la sistemazione del Comando nel posto in cui siamo. Mentre iniziamo tali lavori io devo correre continuamente per sistemare i servizi nei pressi del Comando ed in luoghi coperti il più possibile alla vista degli aerei.

Riesco a trovare dopo ore ed ore di girovagare una bellissima zona collinosa ed alberata dove la strada di accesso è comoda: ivi posso sistemare l’autodrappello, la sussistenza e poco lontano anche l’ospedale da campo divisionale. Nel contempo devo provvedere anche alla segnaletica che mi dà parecchio lavoro, essendo importantissimo per i reparti di linea trovare facilmente i vari servizi. Intanto l’aviazione nemica continua imperterrita la sua attività e parecchie volte al giorno sorvola la nostra zona effettuando qualche sgancio. Io mi son fatto una bella buca, ma per tetto non ho che due teli da tenda, mancandomi il materiale per farmi una copertura resistente da permettermi di riposare più tranquillamente.

Devo qui ricordare un particolare non trascurabile della mia attività alla Div. Il C.S.M. mi manda a chiamare un giorno, verso il 18 o 19, Aprile se non erro, per dirmi che un giorno ogni cinque devo prestar servizio all’ufficio operazioni.

L’amico Parmiciani, Ufficiale d’ordinanza del Generale, mi rincuora colle testuali parole: “Caro Arini, non ti devi affatto preoccupare perché il lavoro è molto semplice; tu monti a mezzo giorno mettendoti nel carrozzone dell’ufficio operazioni e facendo attenzione alle chiamate telefoniche che trascriverai sull’apposito protocollo. Verso la 17 chiedi telefonicamente le novità ai due Reggimenti nostri e le ritrasmetti in sunto al C.A.

Verso mezza notte ripeti tale operazione e poi ti sdrai sulla poltrona coprendoti colle coperte che troverai già preparate. Al mattino verso le sei ti fai svegliare dal piantone per sentire le novità della notte e a mezzo giorno smonti dopo ventiquattro ore di semi riposo”. Il 21 Aprile a mezzogiorno monto di servizio, colle poche cognizioni fornitemi dal collega smontante, colla consegna del cifrario radio e la nota dei nomi convenzionali che hanno i reparti in linea.

E’ proprio in tale data che il nemico attacca in grande stile ed è proprio da quel giorno che iniziano giornate di vera ansia e passione che culmineranno colla nostra resa! La mia prima giornata di servizio la devo trascorrere ben diversamente di come mi era stata preannunciata dall’amico Parmiciano!!!

Tutto lo S.M. è in piedi; il telefono squilla incessantemente; ordini e contrordini si susseguono continuamente. Immaginarsi è facile come possa trovarsi il sottoscritto in mezzo ad un’atmosfera nuova e piena di tensione!!! Basti dire che il Generale non si mosse un solo momento dal suo tavolo e continuamente voleva sapere la situazione in linea! Cercare di capire il cifrario per la trasmissione e recezione dei vari ordini che si accavallano l’un l’altro; capire bene la situazione della nostra linea sulla carta topografica per saper rispondere a tono ai superiori ed infine abituarsi a quei maledetti nomi convenzionali ossia che “banana” è il nome di un Reggimento e “spinaci” sono le bombe a mano. C’è veramente di che perdere la testa.

Dopo 24 ore di tale snervante lavoro quando finalmente ho avuto il cambio ho tirato un vero sospiro di sollievo e anziché andare a pranzo mi sono buttato sulla mia brandina perché la stanchezza era superiore all’appetito. Interessante però é stato di aver potuto seguire la situazione del nostro fronte in modo così diretto ed aver partecipato allo svilupparsi di un attacco importante.

Dopo un po’ di meritato riposo (non più però di tre o quattro ore) riprendo la mia normale attività. Come credo di aver già detto, dovevo seguire l’andamento degli automezzi all’autodrappello ed inoltre soddisfare le richieste numerose dei vari reparti, non ultimo il munizionamento.

Non mi e’ possibile citare con esattezza le date di questi ultimi giorni perché il notes dove annotavo l’ho dovuto bruciare prima della resa assieme a tutte le altre mie cose personali come fotografie e corrispondenza. Mi posso affidare solo alla mia memoria la quale poi mi aiuta poco essendo ormai trascorsi parecchi mesi da quei lontani giorni. Cito dei piccoli fatti che però allora furono molto importanti per me.

Mi ricordo che verso Pasqua ho dovuto portare in linea con un camion viveri di conforto che i soldati Italiani offrivano ai camerati tedeschi. Si trattava di raggiungere questo Btg. Tedesco della 90 Div. attraversando un tratto di circa 200 metri scoperto e sotto il tiro nemico della famosa quota di Tacruna. Assicuro che quei 200 metri mi sono sembrati dei chilometri: i colpi d’artiglieria piovevano da tutte le parti e altro sistema non vi era che correre a tutto acceleratore raccomandandosi alla buona stella per non essere centrato.

Arrivato al Comando tedesco fui ricevuto in una piccola caverna e intendendomi a segni attesi di poter ripartire al calar del sole. Infatti il ritorno fu molto meno penoso perché coperto dall’oscurità della notte. Voglio ancora ricordare un fatto che dimostra ancora come la fortuna mi ha assistito durante quegli ultimi momenti di combattimento.

Un giorno mentre eravamo a mensa all’ora di colazione, improvvisamente alcuni colpi isolati di artiglieria piovvero sul Comando ed uno precisamente ad una decina di metri dalla tenda mensa. Passato il primo momento di disorientamento, e cessato il tiro, uscimmo tutti dalla tenda per constatare dove era caduto il proietto. Questi era esploso esattamente nel punto ove il primo giorno del nostro arrivo in tale località avevo impiantato la mia tenda che poi avevo trasportata altrove ossia più a monte per essere meno disturbato dal transito degli automezzi della Divisione. Se fossi rimasto avrei trovato certamente ben poco della mia tenda e della mia cassetta. Pazienza e avanti!!

La mattina dopo tale incidente, mi ricordo benissimo, stavo andando a prendere la macchina per uscire, quando sento in lontananza il tipico brontolio dello squadrone che si avvicina. Osservo il cielo e scorgo infatti gli aerei diretti nella nostra zona!!! Faccio una corsa e mi infilo sotto un ponticello in muratura dove sopra passava l’unica strada della zona. In pochi secondi il rifugio è pieno zeppo di soldati e Ufficiali. Siamo tutti buttati a terra a ridosso gli uni degli altri.

Nessuno quasi fiata o tutti in attesa dello sgancio: finalmente il silenzio è rotto da un forte boato che agghiaccia il sangue e quasi istupidisce. Lo sgancio è avvenuto proprio sopra di noi, ma il ponticello ha resistito bene.

Usciamo e ci troviamo avvolti in un grande polverone: buche ovunque e quasi in linea retta lungo la posizione in cui si trovano i servizi della Divisione. Per fortuna nessuno e’ stato colpito salvo due automezzi saltati in pieno e un arabetto che trovandosi sulla strada si è buscato una scheggia in una gamba. Una sera, verso le nove, dopo una succulenta cena, ci eravamo riuniti nei pressi della tenda di un collega d’artiglieria, di recente arrivato dall’Italia, per fare le rituali quattro chiacchiere. In lontananza si udivano i colpi di artiglieria ai quali però non si badava molto data l’abitudine che avevamo preso a tale tipo di musica.

Dopo circa una mezz’oretta, ci salutiamo ed ognuno di noi si avvia alla propria buca per andare a riposare.- Mentre sto curvandomi per entrare sotto la mia tenda, sento improvvisamente una nutrita salve di artiglieria vicinissima ed istintivamente mi butto a terra.

Passano alcuni minuti di silenzio. Mi faccio coraggio, mi rialzo e noto subito un accorrere nella direzione della tenda dove pochi minuti prima mi trovavo riunito cogli amici. Corro anch’io sul posto e trovo il collega di artiglieria con un braccio grondante sangue.

Il Dottore intanto aveva già constatato la morte di un soldato colpito al cuore da una piccola scheggia di mortaio. Altro soldato era stato pure colpito da una scheggia ed il dottore temeva la lesione del polmone. Mi metto subito a disposizione per trasportare i feriti all’ospedale da campo, che distava 5 o 6 chilometri. Fu un viaggio veramente disastroso.

A lumi spenti, con un buio spaventoso e con un ferito in macchina che non doveva subire scosse data la gravità della ferita e la possibilità di un trauma. Avrò impiegato più di un’ora. Purtroppo il povero soldato non arrivò a vedere il mattino perché durante la notte dovette soccombere per una complicazione sopravvenuta. Invece il collega ferito al braccio fu subito medicato ed al mattino inviato in auto ambulanza a Tunisi per imbarco Italia.

Nel frattempo la situazione in linea andava sempre più peggiorando. Il combustibile per gli automezzi veniva razionato ogni giorno di più; gli automezzi scemavano a vista d’occhio perché colpiti dall’artiglieria e dai bombardamenti; il vettovagliamento rappresentava sempre un gran problema da risolvere per la scarsità. Ricordo ancora un’azione meravigliosa ed eroica dei nostri Giovani, ragazzi tutti sui vent’anni, ridotti a poco più di 150 dai 2.000 che erano a Bir El Gobi.

Usciti di notte in un’azione contro il nemico, dopo aver consumate tutte le munizioni e lanciate tutte le bombe a mano che avevano, si difesero con sassi venendo ad una lotta corpo a corpo col calcio del fucile nell’intento di liberarsi e sventare l’accerchiamento. Bello ed eroicamente sublime il gesto di uno di quei giovanetti proposto dal GEN. Messe per la medaglia d’oro. “Caduto in un’imboscata nemica, era stato messo tra due australiani i quali si avvicinarono nella notte ad un nostro reparto protetti dalla presenza del nostro eroe. Arrivato ad una ventina di metri dai compagni, il ragazzo si mise a gridare: “Amici, non curatevi di me, sparate pure”, e cadeva colpito da una raffica di mitragliatrice assieme ai due australiani”.

Ho avuto l’occasione, pochi giorni dopo, di vederli questi ragazzi e di stare un poco con loro. Ho trascorso una mezz’ora indimenticabile. Dovevo ritirare delle motociclette dal Q.G. del Corpo d’Armata. M’indicarono un cascinale lungo la rotabile. In un camerone immenso, trovai una trentina di ragazzi sdraiati per terra su della paglia che chiacchieravano tra loro allegramente.

Avevano avuto una settimana di riposo dopo l’azione eroica citata più sopra. Il più anziano aveva 22 anni. Mi si fecero subito intorno mostrandomi i trofei del loro combattimento: distintivi di reparti australiani, cinture di pelle, distintivi di grado ed altre cianfrusaglie. Ma il più bello è che avevano avuto modo di levare al nemico (ossia ai morti) scarpe e calze e si erano equipaggiati molto bene e quasi a nuovo. Scene macabre ma purtroppo vere!!! Chiesi loro se abbisognavano di qualche cosa. Erano tutti contenti di quanto avevano fatto ed attendevano con gioia il momento di ritornare in linea.

Uno di loro, un milanese, più ardito degli altri, mi fece presente solo un particolare e cioè che erano partiti dal loro reparto proprio il giorno prima del turno distribuzione sigarette ed erano così rimasti privi di tale conforto. Non si lamentavano però: solo dicevano che non erano stati fortunati in tale frangente. Mi venne quasi da piangere tanto ero emozionato a tale racconto.

Feci una corsa alla nostra sussistenza, mi feci consegnare d’autorità un pacco di sigarette e le distribuii a quei piccoli eroi che tanta gratitudine meritavano dalla Patria. In tema di momenti critici devo ricordare la notte del 2 Maggio ed anche quella del 3.

Ero andato a riposare da poco dopo una giornata laboriosissima e molto movimentata. Mi trovavo ancora nello stato di dormiveglia, quando improvvisamente sento fischiare sopra la testa tre colpi di mortaio susseguentesi con ritmo uniforme. Dopo il fischio sento vicinissimo dietro la tenda il boato dello scoppio, tanto noto e sì agghiacciante. Due minuti di silenzio e poi i tre colpi ritmici si ripetono. Tale musica si ripete per quasi un’ora.

La mia volontà di agire e di connettere è completamente paralizzata: buttato a terra col corpo lungo la bassa parete della mia piccola buca, ho atteso la fine di quei colpi balbettando qualche preghiera e col cuore che sembrava dovesse balzar fuori da un momento all’altro. Sono momenti indicibili nei quali si sente la morte aleggiare intorno e si ha veramente paura.

Credo che solo in tali momenti si conosca il vero significato della parola “paura”. E le preghiere che si balbettano sono appunto indirizzate a Dio perché intervenga colla sua potenza a far terminare una situazione che protratta non può condurre che alla pazzia. Al mattino, appena fattosi giorno, ho constatato che i colpi avevano fatto un lavoro di ricamo intorno alla mia tenda. Sembravano tanti petali gettati a caso sul mio abituro! A tale vista non posso nascondere che una certa sensazione mi ha invaso: sensazione che difficilmente è traducibile in iscritto.

La notte seguente il programma si è ripetuto colla variante che il tempo di tale musica è stato di una mezz’ora circa. In compenso ho avuto la visita del mio attendente che è venuto a rifugiarsi nella mia tenda dopo i primi colpi e così, buttati a terra tutti e due, ogni tanto ci scambiavamo sguardi molto significativi ma intenzionalmente incoraggianti. Ma purtroppo tutto passa e molto presto si dimentica anche quello che sembra indimenticabile.

PRELUDIO ALLA RESA

Verso i primi di Maggio, causa lo scioglimento di un Reggimento Bersaglieri, assegnarono alla nostra Divisione parecchi automezzi e qualche soldato. Ma, ironia della sorte, l’aumento del numero degli automezzi coincise colla scarsità del carburante.

Ogni giorno diminuiva il numero dei fusti che il C.A. assegnava. In pochi giorni si arrivò all’assegnazione di un fusto per il fabbisogno giornaliero di una Divisione. Praticamente vennero ad essere paralizzati tutti gli automezzi e solo qualche moto portaordini potè continuare a funzionare. Come fare per il rifornimento viveri, acqua, munizioni, posta ecc. ai vari reparti in linea? Si pensò allora di ricorrere al mezzo equino.

Il sottoscritto ebbe così l’ordine di girare in lungo ed in largo a requisire quanti carretti, muli e cavalli trovasse nei dintorni. Cominciai a peregrinare da mattina a sera nei vari villaggi arabi e, d’accordo col Cadì ( specie di sceriffo) arabo di Nebel, mi fu possibile in due o tre giorni racimolare una quindicina tra muli e cavalli con rispettivi carretti. Stabilivo i prezzi, aiutato da una tabella indicativa, fornitami dallo stesso Cadì e rilasciavo una ricevuta col prezzo.

Mi ricordo che un giorno incrociai sulla strada una colonna di 5 carretti arabi e fermatili a gesti feci loro capire che i carretti venivano da me requisiti sull’istante. Fissai sui due piedi il prezzo, lasciai la ricevuta e incurante delle loro proteste feci montare sui carri i miei soldati e li spedii alla Divisione. Scene veramente ridicole a ricordarsi!!

Mentre svolgevo tale lavoro, contemporaneamente andavo organizzando e seguendo un altro impianto molto utile. Scovata una cascina abbandonata, vi installai la macelleria, che trovavasi all’aperto a ridosso di una collina; accanto alla macelleria trovai una casetta, anche essa abbandonata, dotata di un forno in muratura ed ivi installai la panetteria che in pochi giorni diede una produzione di ben 700 panini giornalieri.

Devo far presente che in una visita di piacere ad Enfideville avevo trovato abbandonati ben una ventina di sacchi di farina bianca che furono appunto quelli che mi permisero il lusso di far funzionare la panetteria. Inoltre, sempre nella fattoria, avevo organizzato sotto un ampio porticato, la falegnameria e l’armeria: quest’ultima poi molto importante perché avevamo molti pezzi che si potevano riutilizzare con riparazioni di non molto lavoro. Ma ecco che quando l’organizzazione stava delineandosi già abbastanza bene con ottimi risultati, cominciò la precipitazione generale.

Il 6 Maggio verso le ore 18 gli Americani entravano in Tunisi cadendo nelle loro mani tutte le nostre già magre sussistenze. Il Comando Divisione pensò allora di provvedere direttamente al vettovagliamento dei propri reparti requisendo nei dintorni quanto era possibile trovare. Fui nominato Presidente, Segretario e membro di una Commissione composta dal sottoscritto e di un sottotenente di Artiglieria, incaricato di requisire bestiame, grano, cavalli, verdura, olio, vino e tutto quanto d’altro si potesse trovare al fine del vettovagliamento truppa.

Mi autorizzarono inoltre ad incassare presso il nostro Ufficiale pagatore, che si trovava alla Base, un milione e mezzo di franchi francesi; mi diedero inoltre un camion a nafta con rimorchio e sei o sette soldati facendomi tanti auguri per un buon raccolto e per non cascare nelle mani del gatto che già ci stringeva intorno. Partii veramente alla ventura.

Mi recai per primo alla Base, che trovavasi nei pressi di Capo Bon, distante una settantina di chilometri dal Comando. Arrivai di sera e trovai alcuni Ufficiali dei Bersaglieri che gentilmente mi ospitarono rifocillandomi con un’ottima pasta al sugo di buona memoria. Le notizie non erano affatto rincuoranti: gli Americani stavano avanzando e più nulla li fermava perché anche i tedeschi si arrendevano in massa, privi ormai di munizioni e viveri. La notte che trascorsi fu molto brutta ed insonne.

Mi misi sotto la tenda di alcuni soldati milanesi che conoscevo, ma dopo un’ora circa ecco il solito lancio di palloncini illuminanti e susseguente carosello degli aerei. Passai la notte in una strettissima buchetta ad osservare gli aerei che sganciavano indisturbati, poco lungi dal mio osservatorio, sopra un aerodromo tedesco ridotto in poco tempo ad un rogo spaventoso. Alle prime luci del mattino, salutati i colleghi, me ne ritornai in fretta verso le montagne di Bou-Ficha, abbandonando la rotabile principale che non mi dava troppo affidamento. Seppi dopo, in prigionia, che i colleghi lasciati alla Base furono fatti prigionieri dagli Americani poche ore dopo la mia partenza.

Certo che se fossi rimasto ancora un poco alla Base avrei certamente fatto la loro fine ossia avrei anticipato di pochi giorni la prigionia. Munito così di un bel gruzzoletto di soldi me ne andai verso le montagne dove sapevo di poter trovare presso gli arabi, bestiame in quantità.

Arrivai così ad un piccolo villaggio arabo tra montagne rocciose e situato in una posizione molto difficile da raggiungere, tanto che non fu impresa facile inerpicarmi coll’autocarro attraverso piste appena segnate e con dislivelli molto forti.

La posizione del villaggio, una volta arrivati, era veramente incantevole. Abbarbicato sulle brulle montagne con le casette arabe tutte bianche, questo villaggio formava una macchia di colore veramente pittoresca: nel fondo valle, belle praterie macchiate solo da mandrie di ovini in continuo spostamento.

Mi recai subito dal Cadì che stava in un locale destinato a luogo di riunione dei notabili arabi del villaggio. Piccolo locale buio arredato da una doppia fila di panche di legno e da un tavolino dove stava maestosamente assiso il Cadì. Ogni tanto un arabo entrava da una porticina che dava in un corridoio e portava un pentolino fumante di aromatico the. Ma ne offrirono subito uno anche a me che gustai molto dopo di che mostrato l’ordine del Bei di Nabel in un pessimo francese e con molti gesti spiegai che mi abbisognava subito molto bestiame che avrei pagato all’istante ed in moneta sonante (sonante per modo di dire).

Riuscii così a farmi capire dopo inauditi sforzi ed ebbi l’assicurazione che avrebbero provveduto per il giorno stesso a procurarmi una cinquantina di pecore. Combinammo il prezzo e pesando ad occhio caricai il bestiame e assicuro che non fu lavoro lieve perché quelle maledette pecore non la volevano intendere di salire sul camion. Per l’indomani mi avrebbero fatto trovare altro bestiame.

Durante il viaggio di ritorno due pecore volarono giù dall’autocarro e non mi fu possibile recuperarle perché velocissime si diedero alla macchia. Ritornai alla macelleria che già imbruniva. Ero contento del mio primo viaggio e più felice ancora al pensiero che all’indomani avrei potuto portare anche dei bei vitellini e mucche.

Ma purtroppo durante il viaggio di ritorno capii che ormai la nostra fine era segnata ed anche molto prossima: incontrai parecchi tedeschi che a segni mi facevano capire che il nemico era vicino e che la morsa si stringeva sempre più intorno a noi, ridotti ormai con pochi viveri, con poche munizioni e senza possibilità di aiuti di sorta. Alla Divisione mi accolsero entusiasticamente ma purtroppo sul viso di ognuno si leggeva chiaramente il senso di sgomento per gli avvenimenti che precipitavano.

Al mattino seguente, mentre mi accingevo a ripartire, il C.S.M. mi fermò per farmi desistere dall’intraprendere tale viaggio perchè difficilmente avrei potuto ritornare in giornata, dato che il nemico era molto vicino e l’ordine del C.A. era di resistere ad oltranza formando caposaldo con tutto il C.A. Partii ugualmente assicurando che sarei ritornato in giornata con quanto mi ero prefisso di riportare.

Avevo anche in mente un progetto di fuga con altri miei compagni; progetto che andò in fumo per mia fortuna, come ebbi vagliati poi tutti i pro ed i contro. Arrivai così al paesino arabo ove ero atteso dai mandriani che mi avevano promesso il bestiame.

Al paesino trovai un ufficiale tedesco che in un italiano molto stentato ma comprensibile mi mostro giù nella vallata una meravigliosa mandria di bestiame che aveva acquistato per tre milioni di franchi francesi e che doveva servire per il vettovagliamento del suo reparto.

Mi fece anche capire che non vi era più possibilità di scampo per noi e che la resa sarebbe stato questione di due o tre giorni al massimo. Anzi il comando tedesco aveva già dato l’ordine ad alcuni reparti di preparare il bottino, bruciare gli automezzi ed attendere il nemico.

Mi offerse allora di attingere alla sua mandria per il mio fabbisogno, portando via quante più bestie mi fosse stato possibile. Caricai in modo inverosimile l’autocarro e me ne ritornai alla macelleria a gran velocità perché sentivo qualcosa che non mi dava eccessiva tranquillità.

Arrivai infatti alla Divisione appena in tempo perché era già arrivato l’ordine di spostamento per il giorno dopo in altro uadi più avanti dove si avrebbe dovuto resistere ad oltranza. Come giunsi ebbi subito l’ordine di andare con altri colleghi a riconoscere il nuovo posto. Viaggio pericoloso, seppur breve, perché l’artiglieria nemica sparava incessantemente sulla pista e la nostra macchina sembrava non corresse sufficientemente.

L’uadi assegnatoci era molto stretto (un metro e mezzo al massimo di larghezza e dieci metri circa di altezza media) tortuoso e dove lavori era possibile farne ben pochi data la durezza del terreno. Ritornammo a sera inoltrata. Eravamo così giunti al 10 di Maggio.

Il Generale diede l’ordine di bruciare tutti i documenti, interrare le casse coi documenti del Comando, rompere e rendere inutilizzabili le macchine da scrivere, bussole, binocoli e tutto ciò che potesse ancora interessare al nemico. Dico la verità che mi piangeva il cuore ogni qual volta si abbassava un colpo di piccone su tanti oggetti preziosi e per di più costosi!!

Al mattino seguente dovetti ritornare da solo per vedere il lavoro che stavano facendo alcuni nostri soldati nell’uadi intenti a preparare la nicchia per il rifugio. Fu un viaggio veramente pericoloso e che impresse in me una paura ben forte: arrivato colla macchina nel fondo di un uadi, improvvisamente attaccò un tiro preciso di mortaio intorno a noi: abbandonammo con una velocità acrobatica la macchina e ci buttammo contro la parete dell’uadi cercando quasi di far entrare la testa nella parete terrosa, sì da ripararci il più possibile dalle schegge che fischiavano intorno.

Rimasi in tale posizione per più di un’ora e non so proprio ancora come fui risparmiato!! Mi ricordo che il mio autista, vecchio africanista, non faceva che brontolare fra sè: “Adesso è la volta buona, non c’è più niente da fare, questa è la volta buona!”. Fu un’ora veramente infernale!! In un momento di pausa presi coraggio, dico quel tal famoso coraggio a due mani, e affidandomi alla clemenza del buon Dio e alla mia buona stella che non mi aveva abbandonato fino allora, montai in macchina dando ordine all’autista, bianco in viso anche lui certamente come il sottoscritto, di riprendere la strada del ritorno a tutta velocità. Alcuni colpi mi piovvero intorno ma per miracolo nessuno mi colpì e potei così far ritorno al Comando illeso ma con un certo battito di cuore non comune.

Alla sera il Comando si spostò. Dovetti abbandonare molta roba del mio bottino che lasciai nella buca dopo averla coperta con terra: certamente gli arabi avranno trovato poi la mia cassetta come pure quelle degli altri miei colleghi. Al calar della notte giungemmo nell’uadi dove erano preparate poche nicchie che servivano a riparare solo metà del corpo.

Da tale uadi non si vedeva che una striscia di cielo terso delimitato da due pareti a picco. Mi ricordo che per nostra sfortuna vi era anche una luna incantevole e luminosissima. Passammo la notte svegli. Il telefono squillava continuamente mentre ordini si accavallavano incessantemente. La situazione era semplicemente tremenda: eravamo circondati da tutte le parti! Al mattino ebbi l’ordine di andare a riconoscere una pista che doveva condurre al Comando dell’8° Bersaglieri. Durante tale tragitto, salendo per un sentiero impervio, persi ad un dato momento l’equilibrio e cascai per terra come un salame facendo due bei capitomboli.

Mi scorticai il naso e la fronte con abbondante fuoruscita di sangue. Il medico del Comando mi fasciò bene, rasandomi quei pochi capelli che ancora difendevo e ridotto in tali condizioni davo veramente l’impressione di un ferito di guerra mentre in verità il nemico c’entrava ben poco. Al pomeriggio di quello stesso giorno, e siamo al 12 maggio, ero di servizio al telefono che trovavasi installato per terra al centro dell’uadi.

Esattamente alle ore 17, ora che non dimenticherò mai, improvvisamente colpi di mortaio fischiano e giungono quali ospiti indesiderati nel nostro uadi. Il tempo che impiegai a buttarmi in una nicchia vicina fu affare di frazione di secondo! Mi trovai con altri quattro ufficiali nella medesima nicchia: le sardine stanno molto più comode in una comune  scatola! I cuori battevano all’unisono, mentre fuori le schegge fischiavano incessantemente. Sapevamo che erano quelle per noi le ultime ore di patema ed in tutti noi era la volontà di vincere quella tremenda lotta contro la morte che ci danzava intorno.

Tra un colpo e l’altro si sentiva il telefono chiamare insistentemente, ma nessuno di noi aveva il coraggio di uscire dalla nicchia per incontrare certamente la morte. Ripeto che questa nostra piccola tragedia durò esattamente un’ora che allora ci sembrò un’eternità. Intanto le nostre artiglierie terminavano ad una ad una di cantare per mancanza di munizionamento. I viveri erano ormai terminati.

Il nemico si stringeva sempre più intorno a noi. Le linee telefoniche erano ormai quasi tutte interrotte e non era più possibile riprendere collegamenti con alcuni reparti. Intorno a noi avevamo Inglesi, Neozelandesi, Australiani, Negri e Degaullisti. E così successe che in alcuni punti il nemico sfondò il nostro caposaldo cominciando a prelevare alcuni nostri reparti. Durante la notte l’artiglieria nemica continuò a sparare ininterrottamente.

Il battaglione tedesco alle nostre dipendenze fu prelevato appunto quella notte producendosi così una grossa falla nella nostra strenua ed ormai inutile difesa. Eravamo sfiniti: comprendevamo che erano le ultime ore di sofferenza e che si trattava ancora di poche ore. Ormai non eravamo più in contatto coi nostri reparti avanzati e nulla sapevamo di quello che accadeva intorno a noi. Ricordo che ci furono richiesti alcuni nominativi per inviare a casa nostra un radio messaggio di saluto. Inclusi il mio nome ma dubito che sia giunto a casa il mio saluto dato il momento di confusione tremenda.

Alle ore 9,00 del 13 Maggio 1943 il Corpo d’Armata ci comunica che alla ore 9,30 per ordine di S.M. il Re dovranno cessare le ostilità.

I nervi si distendono e ritorniamo quasi alla vita dopo un viaggio periglioso all’inferno. Ci prepariamo così alla resa. Ho interrato la mia pistola, bruciato le mie carte personali e per ultimo anche il mio binocolo che mi era tanto caro perchè trovato durante un ripiegamento! Preparo il mio magro bottino veramente povero e scarso, mentre si attende il nemico.

Verso le undici saliamo sui bordi dell’uadi e rivediamo dopo due giorni di prigionia tremenda la campagna intorno. Il cannone tace finalmente. Pace tutt’intorno. Due aerei nemici vengono a bassa quota a girarci intorno esaltatati della loro vittoria. Sì, siamo vintied, attendiamo il nostro destino! Interessante l’ultimo cicchetto da me preso dal Generale perché avuto l’ordine di preparare la bandiera bianca della resa usufruii di una tovaglia trovata nel carrozzone mensa che aveva però al centro una macchia di vino. Quella macchia rossa non l’avevo proprio osservata in quei momenti.

Montiamo sulle cinque vetture rimasteci e tutto il Comando si muove per raggiungere il C.A. Vediamo passare il Maresciallo Messe che risponde al nostro saluto evidentemente molto commosso.

Alle 12,30 un capitano Degaullista, con pistola alla mano e seguito da un soldato non meno armato, ci indica la strada verso Tacruna. Mesto corteo!!! Siamo prigionieri e per di più dei francesi!

BOU – FICHA

Durante la battaglia di Enfideville, o meglio durante il periodo della resistenza, ebbi l’incarico di ricuperare il materiale necessario per lavori di protezione e difesa al nostro Comando.

Si trattava di trovare putrelle, travi, rotaie, ed a tal uopo mi indicarono il paesino di Bou-Ficha, poco distante dal nostro Comando e dove mi assicuravano avrei potuto trovare quanto cercavo.

Partii quindi con un autocarro in compagnia di alcuni soldati del Genio che mi avrebbero aiutato in tal lavoro. Mi ricordavo benissimo di essere passato due o tre volte da quel paesino, quando però la linea nemica era ancor lontana ed i colpi di artiglieria non si facevano ancor sentire.

Mi aveva colpito allora l’ordinato allineamento lungo la strada principale di molte villette ad un sol piano con intorno il fiorito giardinetto che tanto bene coloriva il cubetto simmetrico. Rammentavo di aver attraversato un passaggio a livello da dove si scorgeva a poca distanza la bella stazioncina che mi aveva ricordato un poco quella di Arosio. Insomma nella mia memoria era vivo il ricordo di questo bel paesino, molto pulito, per essere quasi tutto arabo, e anche molto popolato.

Mentre mi avvicinavo al paese pensavo a tutto questo ed una certa ansia era in me per la sorpresa che certamente avrei provato nel rivederlo mentre il cannone era molto vicino e si faceva sentire insistentemente. Giunsi così a quel famoso passaggio a livello e mi diressi subito alla stazioncina.

Quale prima visione non c’era male!! Il tetto del fabbricato era scomparso; il pavimento del primo piano quasi tutto divelto: al piano terreno si camminava su di uno strato di quasi 30 cent. di detriti, calcinacci e scartoffie varie. Una vera desolazione! Non una porta ne una finestra era rimasta nell’edificio. Ciò che non aveva fatto il bombardamento lo aveva fatto il tedesco nell’asportare tutto ciò che a lui poteva interessare. Per terra si potevano ancora notare pacchi di zone telegrafiche, ordini telegrafici scritti in pessimo francese e mille altri registri tipici delle amministrazioni ferroviarie. Ma il tempo passava e mi stavo quasi scordando della ragione del mio viaggio.

Notai con piacere che i binari in stazione non erano stati oggetto di rapina e ciò che non fecero i signori tedeschi lo fece per necessità il sottoscritto. Avevo portato della dinamite ed i miei valenti soldati del Genio si accinsero all’opera. Nello spazio di tre ore feci saltare un centinaio di metri di binario, ricavandone una quindicina di putrelle unitamente a molte traversine di legno, molto utili anch’esse ai miei fini. Caricai tutto sull’autocarro e lasciai riposare i miei soldati che avevano lavorato molto bene ed in poco tempo. Me ne andai allora tutto solo a bighellonare in paese per puro spirito di curiosità.

Il senso di desolazione che regnava lungo la strada principale è ben difficile a descriversi!! Un silenzio veramente impressionante regnava tutt’intorno: solo il mio passo cadenzato faceva eco.

Scorsi una piccola chiesetta e vi entrai colla mia vecchia e bisunta bustina in mano per dire una preghiera: purtroppo solo l’architettura esterna la designava come luogo sacro, perché internamente nulla vi era rimasto che ricordasse il luogo sacro. In un angolo la testa di una statua che ravvisai, non so perché, quella del mio Santo protettore, ed in un altro angolo una piccola cassettina per le offerte, col coperchio boccheggiante. La piccola campana della chiesetta era rimasta, chissà per quale caso, colla bocca arrovesciata in alto, in attesa forse che una mano pia la rimettesse ancora nel suo stato normale alla fine della tragedia che aveva sconvolto quel paesino per tanto tempo tanto tranquillo e innocuo.

Non potei fare che il segno della croce e me ne uscii un po’ scosso da quel luogo sacro dove regna tanto freddo quando il fedele non lo riscalda piu’ colla sua preghiera. Proseguii il mio giro di perlustrazione e poco dopo entrai in una villetta ancor bene mantenuta all’esterno. Qui si camminava su di uno strato di registri e carte che non permettevano di toccare il pavimento: da un sommario esame notai subito che si trattava di un ufficio postale.

L’unica scoperta interessante, una cassaforte abbandonata nel centro di un locale: erano evidenti i segni di una lotta accanita per aprirla, ma con risultato negativo. Non essendovi altro di interessante uscii e m’inoltrai in un bel giardinetto di una villetta poco lontana. Qui la mano dell’uomo non aveva potuto colpire i fiori perché inutili a qualsiasi scopo bellico e la visione di una meravigliosa policromia faceva contrasto collo stato desolante della villetta. Naturalmente imposte e finestre erano state asportate come pure nessuna traccia di arredamento era rimasta. Per terra mattonelle rotte, calcinacci, vetri e libri disseminati. Ne sfogliai qualcuno a caso e notai che erano tutti libri religiosi, trovai ancora libri di preghiere, riviste cattoliche in italiano, immagini sacre e qualche lettura amena dal titolo naturalmente molto castigato. Era certamente la casa del parroco.

Ne ebbi poi quasi la certezza quando trovai, sempre per terra, una fotografia di un gruppo di giovani preti, uno dei quali portava sopra la testa una crocetta indicatrice: ricordo questo dei bei tempi di seminario!! Pensai alla pace ed all’ordine che avrà regnato in quella casa nel passato e la vista di tanto squallore e rovina mi diede una tristezza indicibile. Uscii in strada per continuare a soddisfare la mia curiosità in quel paese morto.

Fatti pochi passi mi attirò l’attenzione un’altra bella villetta dove le piante di geranio formavano una selva tutt’intorno. Dopo un giro sommario mi accorsi di trovarmi nella casa del medico condotto. Ravvisai infatti la piccola stanzetta bianca delle visite ed il corridoio attiguo per l’attesa dei pazienti. In cucina poi casse piene dì boccette, fiale di tutte le dimensioni e centinaia di opuscoli farmaceutici e qualche libro di medicina scritto in francese. Per terra scorsi anche un biglietto da visita intestato. Era di un Tizio dal cognome francese, che ringraziava il dottore per la bella serata trascorsa in casa sua.

Mi guardai intorno e non mi fu possibile lavorare di fantasia per ricostruire una saletta tra quei locali vuoti, sporchi e muti. Passando invece da una cameretta dalla tappezzeria azzurra dove stavano disseminati per terra gambe di bambola, una palla di gomma ed un sillabario, non so perché mi venne subito alla mente il bel quadro di due testine bionde di bambini intenti ai loro giochi preferiti.

Dove saranno ora lontani dalla loro casa? Perché la guerra colpisce anche tanta innocenza? Uscii da quella casa col cuore gonfio e col proponimento di far tacere il mio desiderio di curiosità che non faceva altro che acuire la mia tristezza. Stavo ormai arrivando al bivio stradale dove le abitazioni andavano sempre più diradandosi, quando un noto rombo di motori mi fece alzare la testa per scoprire quasi subito una squadriglia di aerei, nemici naturalmente, che veniva nella mia direzione. Istintivamente mi allontanai dalla strada e fu allora che notai all’angolo di una casetta un uomo fermo, quasi fosse una statua, con una pipa spenta in bocca e con lo sguardo assente certamente incurante dell’incursione e di quanto era intorno a lui. Gli rivolsi la parola in francese e quasi come destandosi da un sogno, mi rispose in un italiano con accentuazione tipicamente siciliana.

Era l’unico abitante del paesino rimasto. Mi raccontò un poco della sua vita: aveva partecipato alla prima grande guerra mondiale ed era venuto poi colla famiglia a stabilirsi in Tunisia assieme a molti altri suoi compaesani; aveva molto lavorato riuscendo alla fine a formarsi una piccola fortuna, coltivando la vite e commerciando vino. Ma la guerra era arrivata anche lì ed allora aveva provveduto a mettere in salvo la moglie ed i quattro figli: lui però non aveva avuto coraggio di abbandonare la sua casa costruita con tanti sacrifici e le botti di vino che rappresentavano la fonte di guadagno per mantenere la sua famigliola. La guerra l’aveva conosciuta nel 1915-18 e l’aveva risparmiato: ”Iddio è stato misericordioso allora e lo sarà anche ora”. Questa la sua filosofia spicciola ma tipicamente italiana!!!

Mi offerse un bicchiere di vino che dovetti accettare per non offenderlo e facendomi tanti auguri mi strinse la mano con tanto calore che veramente mi commosse.

Quanto coraggio e quanto cuore in quegli italiani di Tunisi!! Ritornai di corsa all’autocarro e ripresi la via del ritorno chiacchierando col mio autista per distrarmi e non pensare!

Pino Arini