Adriano Pasquetto: storia di un Internato Militare Italiano. La prigionia a Leopoli e Wietzendorf

LINK VIDEO:   Storia di un Internato Militare Italiano: Adriano Pasquetto ( 1943-1945 )

Mio padre era un ragazzo come tanti, nato a Milano nel 1921. Diplomato, ha trovato un lavoro, si è iscritto all’università-

Sul Corriere della Sera viene pubblicato un articolo in cui si scrive che la leva del ’21 ed in particolare gli universitari hanno chiesto di andare volontari in guerra.

Mio padre non era volontario ma non poteva certo rifiutarsi di presentarsi alla leva militare.

A Verona avendo completato le superiori è stato avviato alla scuola ufficiali ed in particolare, essendo iscritto all’università, inserito nel “battaglione universitario”. Ne è uscito col grado di sottotenente carrista.

A Spoleto la scuola di specializzazione in sussistenza.

Da Bari lo inviano in Albania, a Scutari ed in particolare nella zona montuosa di Puka, dove con tre soldati doveva presidiare e gestire un magazzino viveri, cioè una baracca di legno sperduta in mezzo ai boschi, ai pastori, alle pecore, ai lupi, ai partigiani, ai Tedeschi.

L’8 settembre ’43 anche lì non sono arrivati ordini. Mio padre si è recato alla mensa ufficiali per discutere con gli altri le possibilità.

Tornare in patria? dall’Albania? Impossibile!

Rifugiarsi nei boschi ed attendere aiuti? Senza l’appoggio della popolazione non avrebbero potuto sopravvivere.

Combattere contro i Tedeschi? Con un caricatore a testa e basta? Male armati com’erano non avrebbero resistito 24 ore.

Allearsi e combattere insieme ai partigiani? Sembrava la soluzione migliore, ma c’era un problema: i Tedeschi avevano spesso effettuato delle rappresaglie contro i partigiani, ma non le effettuavano loro: obbligavano gli Italiani a farlo. A mio padre non è capitato, ma ha conosciuto parecchi costretti ad assecondare i Tedeschi. Gli Italiani trovavano il modo di avvisare in anticipo i partigiani, così che quando si presentavano in pompa magna con i Tedeschi per bruciare la casa del capo partigiano in casa non trovavano nessuno. Quindi gli Italiani salvavano la vita ai partigiani, però la casa gliela bruciavano. Ed erano comunque un esercito di occupazione. Come li avrebbero accolti ora, i partigiani?

Nel frattempo un ordine è arrivato: portarsi, soldati ed ufficiali, alla più vicina stazione ferroviaria ed eseguire gli ordini dei Tedeschi: lasciarsi disarmare ed arrendersi… E così fecero.

In stazione, disarmati, minacciati che se anche uno solo fosse fuggito avrebbero fucilato tutto il suo gruppo, il suo superiore ed il superiore del superiore, via via tutta la sua linea gerarchica. Si sono consultati ed accordati: se ci fosse stata una reale possibilità di fuga sarebbero fuggiti tutti: o tutti o nessuno. E nessuno fuggì.

Da questo momento non ho più fotografie di mio padre ma vi mostrerò disegni e dipinti relativi ai campi in cui è stato e rarissime e preziose fotografie scattate e conservate a rischio della vita da alcuni internati, documenti che vi danno l’idea di cosa è accaduto anche a mio padre.

Caricati su carri bestiame, da 40 a 80 uomini per carro. Chiusi e piombati dall’esterno, senza cibo, senza acqua, un secchio per i bisogni corporali.

In Polonia si sono fermati in una stazione. Mio padre che aveva avuto la fortuna di finire vicino alla chiusura della porta ha visto dallo spiraglio un sacco di donne che come si è fermato il convoglio sono scappate via. Pochi minuti dopo sono tornate. Erano andate a comprare con le tessere annonarie tutto il pane che sono riuscite per gettarlo attraverso i finestrini ai prigionieri, sfidando minacce e percosse delle guardie.

Questo è successo tante volte, con tanti convogli, come è testimoniato da diversi deportati. E’ successo soprattutto in Polonia, ma non solo, come testimonia questa fotografia scattata in Carnia.

Mio padre non ha mangiato di quel pane, ma non ha mai più dimenticato il gesto.

Prima fermata Leopoli: Lemberg, Stalag 328.

La notte li hanno alloggiati in una baracca molto lunga e stretta con alle pareti… avete presente i colombari dei cimiteri? Ecco: uguale! Letti a castello a più piani in cui ci si arrampicava, si infilavano i piedi e si strisciava dentro per potersi sdraiare. Un lumino di quelli da cimitero in fondo al corridoio. Un cantante prigioniero ha intonato il “và pensiero”. Alle parole “oh mia patria, ‘sì bella e perduta” le lacrime hanno rigato le guance di tutti.

Il mattino dopo sono stati trasferiti nella fortezza, detta “cittadella”, e la situazione è apparsa meno terribile.

A differenza dei deportati politici e degli ebrei non sono stati rasati e depilati ma solo cosparsi ovunque di creosolo.

Non è stato tatuato loro un numero ma è stata loro consegnata una piastrina e sono stati fotografati col numero e prese le impronte digitali: per ciascuno è stata redatta una scheda segnaletica con la qualifica “criminale”. Mio padre è diventato il numero 45854.

Non sono stati privati di tutto ma sono stati lasciati loro le divise, il cappotto, lo zainetto e qualche effetto personale mentre tutto ciò che poteva avere un valore o permettere di comunicare o agevolare la fuga veniva sequestrato. A mio padre hanno lasciato dei libri e l’orologio, forse anche perché nel tragitto gli si era rotto il vetro.

A differenza, avevano la possibilità di scrivere e ricevere 2 lettere e 4 cartoline al mese, scritte su appositi moduli e passati al vaglio della censura. Ma spesso la corrispondenza non partiva o non arrivava.

I soldati vennero inviati in Stalag, venne loro chiesto generalmente una volta sola se volevano aderire alla Repubblica Sociale Italiana e in caso di rifiuto venivano inviati in lager di lavoro del tutto simili a quelli destinati ai deportati politici. Gli ufficiali vennero invece ripetutamente vessati perché aderissero alla RSI, umiliandoli, minacciandoli, affamandoli.

Freddo, sporcizia, parassiti, noia, lunghe ore all’appello sono rimaste impresse in mio padre. E fame. Tanta fame. Tre patate lesse e basta. E l’acqua in cui erano state lessate. Al riguardo è significativa una poesia dell’avvocato Stazzi di Milano, intitolata a una dea e la dea… di tutti i sogni eroici che si fanno in camerata è lei, la dea patata leopolina!

Mio padre mi ha sempre detto: “Tu non dire che hai fame, perché tu non hai fame, tu hai appetito. Tu la fame, quella vera, non sai nemmeno cos’è!”

Dopo Leopoli, Wietzendorf, Oflag 83.

All’arrivo 4 cadaveri impiccati penzolavano come monito e la scritta all’entrata, Kriegsgefangenlager, letto da tutti i lombardi come “Crist, che fam da làdar!!!” (Cristo, che fame da ladri). E in effetti qui la fame era ancora peggiore che non a Leopoli.

Una rapa da foraggio, prima cotta, poi cruda su richiesta dei medici militari italiani per avere più vitamine, un pezzetto di pane nero di segale (e di segatura) umido, pesante, alto un dito e non più grande di un pugno, ogni tanto un pezzetto grosso come un pollice di un formaggio tipo gorgonzola ma molto più puzzolente, tanto che alcuni quando veniva distribuito dovevano uscire dalla camerata perché si sentivano male all’odore, un pezzetto di uguali dimensioni di un patè grigiastro che chiamavano margarina, dal sapore indefinibile, di cui mio padre, quando ha saputo dell’esistenza dei forni crematori, ha sempre avuto atroci dubbi riguardo alla vera natura degli ingredienti. Una dieta da 1300 a 1000 calorie giornaliere, ben al di sotto del minimo di sopravvivenza a riposo.

La fame era tanta in tutti i lager ma a Wietzendorf i Tedeschi stavano facendo un esperimento scientifico: con quante calorie di rapa può vivere un uomo?

Gli internati potevano integrare la dieta grazie a due pacchi mensili che potevano farsi spedire da casa, con alimentari o altro ad esclusione di tutta una serie di cose proibitissime: vestiti civili, medicine, carta per scrivere, oggetti che possano agevolare la fuga o le comunicazioni. Quando arrivava (se arrivava) il pacco veniva aperto da Tedeschi che sequestravano, aprivano scatole e barattoli, rompevano sacchetti a baionettate e consegnavano all’ufficiale un miscuglio: potevano versargli nella gavetta pesce sott’olio insieme a zucchero, a tabacco, a sale, a latte condensato. E andava bene quando non c’era anche il sapone in polvere! Se avete voglia di leggere, c’è un gustosissimo e commovente racconto scritto da Giovannino Guareschi, il “papà” di Don Camillo e Peppone, internato a Sandbostel e a Wietzendorf, nel libro “Il diario clandestino”: si intitola “Il pacco rotto”. A mio padre andava abbastanza bene: riusciva a separare quasi tutto e gli rimaneva un mucchietto di zucchero e tabacco in parti uguali, inseparabili. Così divideva il mucchio in due parti, una (metà zucchero, metà tabacco) la mangiava e l’altra (metà tabacco, metà zucchero) la fumava.

La sete. L’acqua, poca, si prendeva in alcune pompe nel campo, che in inverno gelavano, e non era potabile, ma non c’era combustibile per farla bollire. Così si dovevano dissetare con quel poco che veniva distribuito: una brodaglia nera e amara chiamata caffè o surrogato, ogni tanto una brodaglia insipida con pezzi di rapa legnosa e raramente patate chiamata zuppa o minestra, una brodaglia insapore chiamata tè di tiglio.

Anche per lavarsi e fare il bucato l’acqua non bastava: tre brocche e due catini per 60 persone. Il bagno, non più di una volta al mese, era nello stile dei deportati: nudi per ore al freddo in cortile, poi in 7-8 sotto ogni bocchettone della doccia e poi di nuovo nudi e bagnati a cercare i propri vestiti nel frattempo cosparsi di insetticida e mescolati in un unico mucchio. Le camerate però non venivano trattate con insetticida, vanificando il trattamento dei vestiti. Gli internati erano volutamente lasciati nella sporcizia, in condizioni igieniche e sanitarie terribili. Basti dire che ben due commissioni mediche tedesche avevano dichiarato il campo di Wietzendorf inabitabile! Se volete averne un’idea c’è integralmente in internet la relazione fatta dal colonnello Pietro Testa.

Le baracche erano marce, umide, buie. C’erano solo 4 piccole finestrelle per baracca, con vetri spesso rotti e sostituiti da cartoni. Vi erano letti a castello di legno a due o tre piani e si dormiva sul nudo tavolaccio. Solo qualcuno aveva paglia o trucioli di legno, mai sostituiti in 18 mesi. Mio padre dormiva all’ultimo piano ed il tetto era così vicino che era costretto a dormire sdraiato sulla schiena perché non aveva lo spazio fisico per stare coricato su di un fianco. E doveva dormire con una coperta sulla faccia perché dalle travi di legno del tetto gli cadevano in faccia le cimici. Cimici, pulci, pidocchi: ineliminabili. E topi, che di notte ti camminavano sulla faccia, ti rosicchiavano i vestiti e ti rubavano alimentari e persino il sapone.

E il freddo, dovuto anche alle condizioni climatiche della zona: mio padre ricordava il ferragosto ’44 l’ordine “adunata con cappotto”. Ed era ferragosto! Le camerate non aiutavano. Il tetto era come un setaccio, entrava il vento, pioveva dentro e d’inverno si formavano candelotti di ghiaccio lunghi 30 cm che scendevano dentro la camerata sui letti degli ufficiali. Le baracche non erano riscaldate e c’erano normalmente 15 gradi sotto zero. Solo 4 volte venne distribuita un po’ di legna per alimentare le stufe, quando la temperatura raggiunse i 19 gradi sotto zero.

Tutto questo, le malattie (tifo e tubercolosi le più diffuse), le lusinghe, le minacce, le umiliazioni, le punizioni individuali o collettive con sospensione della posta, diminuzione del cibo, sequestro di cappotti e coperte, trasferimento a campi di punizione, le uccisioni e i ferimenti per scuse varie di sabotaggio o disobbedienza agli ordini servivano per spingere gli ufficiali all’adesione alla RSI.

Invece di deprimersi e spersonalizzarsi, gli ufficiali hanno reagito creando, soprattutto a Sandbostel e a Witzendorf, che avevano spesso scambio di prigionieri, un’attività culturale senza pari: Wietzendorf aveva due baracche adibite a cappella, biblioteca con più di mille volumi, teatro. Si recitava di tutto, comprese opere classiche: Gianrico Tedeschi ha scoperto in questi due lager la sua vocazione al teatro; c’erano concerti, tornei di carte e bocce, mostre di pittura, conferenze e lezioni tenute da professori universitari. E c’era “il giornale parlato”, un giornale che veniva scritto settimanalmente in un’unica copia e, passato al vaglio della censura, letto in tutte le baracche, occasione in cui si ridicolizzavano, senza che loro lo capissero, i Tedeschi (e in questo Guareschi era fenomenale: tutti quelli che lo hanno conosciuto non l’hanno più dimenticato e a mio padre, che per poco non vi ha convissuto, ne hanno parlato tantissimo). E si davano notizie aggiornate sull’andamento della guerra, desunte grazie a radio clandestine autocostruite con mezzi di fortuna. A Sandbostel c’era “radio Caterina”, a Wietzendorf ce n’erano 5 simili, portate da Leopoli, smontate e rimontate ogni volta e i pezzi custoditi a turno, ricercate con caparbietà ma mai trovate dai Tedeschi: il giorno dello sbarco in Normandia nella grande pozzanghera del cortile di Sandbostel e di Wietzendorf galleggiavano decine di barchette di carta, a riprova che le radio esistevano ed erano in ottima forma.

Quarante, sessanta, ottanta volte venne chiesto ai nostri ufficiali di aderire alla RSI. A volte venivano radunati in cortile e arrivava qualcuno in pompa magna in camionetta a fare propaganda, a volte lo facevano in camerata, a volte radunavano un centinaio di uomini a casaccio nel teatro. Sempre lusinghe e minacce: “morirete di fame!” Poi cominciarono a fare propaganda per diventare “liberi lavoratori” ma in questo caso le richieste erano pro-forma. Chi si rifiutava veniva comunque sottoposto a una specie di mercato del bestiame in cui i futuri padroni tastando i muscoli e guardando i denti sceglievano gli uomini, che venivano degradati (tolti tutti i simboli militari), perdevano il diritto a ricevere i pacchi e diventavano “liberi lavoratori”… obbligati.

12 gennaio 1945. L’ambasciata italiana convoca a Milano il papà di mio padre. “L’Ufficiale è partito per il lavoro. Il nuovo indirizzo è per ora sconosciuto all’Oflag 83 presso cui era in forza.” Vi lascio immaginare…

Mio padre era ad Amburgo, arrivato poco dopo un bombardamento che aveva lasciato solo scheletri di palazzi. Era stato messo a lavorare ad una catena di montaggio con altri ufficiali provenienti da Wietzendorf. Costruivano parti delle V2, i famosi missili che venivano lanciati su Londra. Si sono accordati per boicottare la produzione. Mio padre era l’ultimo della catena e doveva fare con un trapano verticale un unico buco in un alettone. Se il pezzo gli arrivava già rovinato faceva un buco perfettissimo, se gli arrivava perfetto valutava un dieci per cento di pezzi da far uscire utilizzabili e per gli altri sbagliava leggermente il buco. Non potevano rovinare tutti i pezzi altrimenti li avrebbero fucilati e già così li minacciavano spesso. Quando i Tedeschi si arrabbiavano loro candidamente rispondevano che erano tutti ufficiali e quindi studenti o impiegati, che ce la mettevano tutta, che ogni tanto, è vero, sbagliavano ma che vedessero, i Tedeschi, quanti buchi perfettissimi erano stati fatti: se poi uno veniva male….

Mio padre se l’è cavata. E’ tornato e ci sono voluti mesi perché riuscisse a riempire nuovamente i vestiti di prima. E la sua scelta non è stata apprezzata dalla società. Ma lui avrebbe rifatto le stesse scelte perché come Guareschi e tutti i suoi compagni guardando nella pozzanghera del lager vedeva se stesso libero, la famiglia, la sua città Milano con le guglie del duomo, la sua patria e per queste cose ha lottato come ha potuto, rischiando la vita rimanendo volutamente a marcire nel lager, sabotando il 90% della produzione bellica, dicendo 70-80 volte NO!

Renata Pasquetto, dicembre ‘13