Vajont, 9 ottobre 1963. Una tragedia annunciata

Vajont, 9 ottobre 1963

una tragedia annunciata

C’era roba gialla ovunque, era la melma trasportata dall’onda.

A un certo punto vidi affiorare il gomito di una bambina di 6-7 anni.

La tirai fuori da lì, la presi in braccio e chiesi dove avrei dovuto metterla.

Mi indicarono una catasta di corpi che si era già accumulata lì vicino”
Bruno Ambrosi, uno dei primi soccorritori

Il 9 ottobre di cinquant’anni fa una rovinosa frana staccatasi dal monte Toc provocava poco meno di 2000 morti prevalentemente a Longarone e in numerose frazioni vicine alla frana. Circa 260 milioni di m³ di roccia (un volume più che doppio rispetto all’acqua contenuta nell’invaso) si staccarono dalla montagna e franarono nel lago artificiale della diga del Vajont provocando un’ondata alta 200 metri che si abbattè con la forza di una bomba atomica sull’abitato di Longarone, che si trovava di fronte alla diga a pochi chilometri di distanza.

La diga era stata da poco costruita dalla SADE (Società Adriatica di Elettricità) di Venezia, una potente azienda ben collegata al potere politico dell’epoca.

L’obiettivo era la valorizzazione delle potenzialità idroelettriche della zona con la costruzione di un grande e profondo lago artificiale, utilizzando le acque del Piave, da cui sarebbe stata ricavata energia elettrica per il Veneto e il Friuli. Insomma un grande business in un periodo storico in cui l’industrializzazione dell’Italia era chiesta a gran voce da tutti.

In realtà in quella zona non doveva essere costruito niente, neppure un piccolo invaso delle acque, figuriamoci una diga a doppio arco alta 202 metri con un invaso di 58,2 milioni di metri cubi.

I geologi che suggerirono quella zona alla SADE già negli anni Trenta avrebbero dovuto tenere in particolare considerazione la toponomastica della zona: Vajont e Monte Toc. Perché questi nomi? Qual era il loro significato?

Scrive Amadeo Bordiga:“Il monte che fiancheggiava il lago artificiale e che è franato in esso facendolo debordare paurosamente, perché si chiamava monte Toc? In veneto Toc vuol dire pezzo: era roccia che veniva via a pezzi, e tutti i valligiani aspettavano la frana. Vajont, nome che prima che del lago artificiale era del passo, dell’orrido in cui si è incastrata la diga di 263 metri […] in dialetto ladino friulano vale il veneto va zo, va giù / che viene giù / che rovina a valle. Infatti si è parlato di frane storiche, su cui poi hanno poggiato i poveri abitanti”.

I contadini sapevano di un’antica frana di origine preistorica che di tanto in tanto si faceva sentire con leggeri movimenti del terreno. Quindi arricciarono il naso quando seppero che proprio lì dove c’era una frana in movimento avrebbero voluto costruire la “diga più alta del mondo”. A nulla erano valsi gli ammonimenti dei vecchi del posto. Furono trattati con sufficienza dai geologi, dagli ingegneri della SADE, ai quali in nessuna università avevano insegnato che la conoscenza geologica di un territorio passa inizialmente attraverso lo studio della toponomastica.

Fu quindi la diga riempita di acqua a causare la rovinosa frana perché è come se l’acqua del lago artificiale (l’invaso era profondo 750 metri) avesse “bagnato i piedi” alla montagna accentuando la tendenza a rovesciare verso il basso una massa enorme di terra che probabilmente, se la diga non fosse stata costruita e riempita, sarebbe rimasta immobile nel tempo, come sapevano i contadini.

Sempre Amadeo Bordiga ricordava l’analogo disastro avvenuto nei pressi del Frejus alla diga del Mal Passet solo quattro anni prima della tragedia del Vajont (2 dicembre 1959, 421 morti): “La stessa tradizione popolare tra le masse incolte, la stessa toponomastica possono aiutare l’esperto geologo […]. Perché mai la stretta di Frejus si chiamava del Mal Passet? Il malo passo davvero…”. Anche in questo caso sarebbe bastato ascoltare gli abitanti del luogo ma talvolta la “scienza” appare superba e impermeabile a tutto ciò che le è “estraneo”.

La differenza tra le due tragedie fu che in Francia la diga cedette a causa dalla forza delle acque mentre nel caso del Vajont fu scavalcata dall’enorme massa d’acqua e detriti lasciando intatta la diga, che ancora oggi può essere “ammirata” quale esempio dei disastri che la scienza provoca quando risponde ai soli imperativi economici legati al profitto.

Sempre Bordiga, a proposito della diga del Frejus:“Leggera, sottile e agile e con un limitato numero di tonnellate di cemento ed acciaio. Ma già gli antichi costruttori sapevano che le dighe erano a gravità ossia in tanto reggevano la formidabile spinta liquida in quanto pesavano enormemente e non si ribaltavano. […] Ma le modernissime dighe (ha ubbidito una scienza venale alla esigenza santa del basso costo) si fanno, come nel Frejus e nel Vajont, ad arco, ossia con una curvatura che volge il tergo all’acqua spingente e scarica sulle spalle incastrate nei due fianchi della valle interrotta. La diga diviene così meno voluminosa, meno pesante e di minor costo”. E soprattutto fragile.

La giornalista dell’”Unità” Tina Merlin condusse una campagna di protesta contro la costruzione della diga che le provocò solo querele degli avversari e lamentele all’interno del suo giornale. Eppure aveva denunciato con forza l’affarismo privo di scrupoli della SADE e la colpevole negligenza delle istituzioni che non vigilarono, anzi fino alla tragedia permisero alla SADE di operare in totale libertà violando la legge.

La frana del monte Toc era stata prevista dai progettisti della SADE, non certamente così devastante come fu nella realtà. Quando la diga fu riempita d’acqua, poco prima della tragedia, era evidente che l’enorme invaso creava una situazione potenzialmente molto pericolosa. Ma i dirigenti non vollero tornare indietro e ammettere l’errore, proprio in quel momento quando lo Stato si accingeva a onorare i propri impegni economici nei confronti dell’azienda. Ammettere il rischio di disastro ambientale voleva dire perdere tanti miliardi dell’epoca, condannare l’azienda al fallimento, ai debiti che l’avrebbero strangolata.

Quindi era necessario sperare che tutto andasse per il meglio, che le previsioni fosche non si avverassero, che gente come la Merlin parlasse a vuoto.

Invece alle 22.39 di cinquant’anni fa avvenne ciò che doveva avvenire perché la natura ha i propri “ritmi”, proprie regole che spesso si ribellano alle leggi del profitto e alla tracotanza della scienza.

Nelle ore successive al disastro si contarono 1918 vittime, di cui solo 1500 recuperate nel mare di fango di Longarone e lungo la valle del Piave.

Di fronte alle tante frane che ogni anno provocano vittime in Italia, di fronte ai tanti disastri che “naturali” non sono, la tragedia del Vajont ci aiuta a capire che la natura non può essere addomesticata dalle logiche del capitale e dai calcoli dei politici.

L’uomo deve imparare a conoscere l’ambiente in cui vive, rispettarne le leggi che lo regolano, e non violarlo sulla base di previsioni errate dipendenti unicamente da interessi affaristici.

Se non faremo così dovremo sempre convivere con disastri che provocheranno vittime e distruzioni… ma senza dare la colpa alla natura.

“Hanno riaperto subito la scuola all’ultimo piano del Municipio di Longarone per i bambini superstiti.

C’era un piccolo che continuava a stare alla finestra guardando fuori,

non c’era modo di catturare la sua attenzione, ipnotizzato da quello che vedeva”

Una maestra sopravvissuta

– Le citazioni di Amadeo Bordiga sono in “Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale”, Iskra 1978, pp. 140-142

Giancarlo Restelli

restellistoria.altervista.org/author/admin/

.Da ascoltare e meditare. L’impressionante racconto di Marco Paolini

http://www.youtube.com/watch?v=-fPiDnC47As

.Ricostruzione grafica della strage

http://www.youtube.com/watch?v=4ebxtvL3ojE