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Il dramma di Pola. L’arrivo dei titini e l’esodo dalla città

Il dramma di Pola. L’arrivo dei titini

10 febbraio 2014

La nostra storia inizia esattamente il 1° maggio 1945 quando reparti della IV armata dell’esercito jugoslavo entrarono a Trieste occupandola per primi mentre reparti neozelandesi del generale Freiberg (fraiberg) arrivarono il giorno dopo, il 2 maggio, e si limitarono ad occupare il porto lasciando mano libera all’esercito e in particolare alla polizia di Tito, l’OZNA, vera e propria Gestapo jugoslava al servizio degli occupatori.

Non fu un 1° maggio internazionalista quello del ’45 a Trieste nel quale lavoratori italiani, sloveni, tedeschi e croati avrebbero dovuto unirsi sotto le bandiere dell’internazionalismo secondo il quale i lavoratori (operai e contadini) non hanno patria. Al contrario gli opposti nazionalismi ebbero il sopravvento e il risultato furono i famigerati “quaranta giorni” dell’occupazione titina di Trieste e della Venezia Giulia che lasciò un corteo di violenze, di infoibamenti, di deportazione di italiani nei campi di concentramento di Tito con alcune migliaia di vittime, tra cui anche partigiani del CLN che fino a pochissimo prima avevano combattuto i tedeschi e operai di Trieste e Pola.

Vedremo tra poco come interpretare queste violenze.

I partigiani jugoslavi a Pola

Il 2 maggio reparti jugoslavi iniziarono l’accerchiamento della città di Pola, in particolare della piazzaforte dove si erano asserragliati reparti tedeschi e della Rsi. Da notare che il 2 maggio è resa effettiva la capitolazione tedesca in Italia ma i reparti tedeschi a Pola e altrove combattono fino alla fine sperando nell’arrivo degli Alleati: sapevano che in caso di resa sarebbero stati fucilati dagli jugoslavi.

Già il 3 maggio si insedia a Pola il Comitato Popolare di Liberazione e tra il 5 e il 6 maggio quasi tutti gli ultimi reparti tedeschi e italiani si arrendono. Gli ufficiali tedeschi sono immediatamente fucilati mentre i soldati italiani e tedeschi sono avviati verso i campi di concentramento dell’interno dove pochi faranno ritorno.

Comincia la sua opera di epurazione l’OZNA, la Polizia segreta jugoslava, e anche Pola conobbe molte violenze (circa 4000 arrestati con 827 vittime).

Scrisse Lino Vivoda, polesano testimone di questi fatti:

“Si iniziò a perquisire di notte le abitazioni civili, seguendo elenchi di proscritti, procedendo ad arresti indiscriminati di uomini e donne schedati come “nemici del popolo”, cioè elementi dei quali non ci si può fidare, per la loro potenziale opposizione al passaggio alla Jugoslavia.

Si riempirono allora a Pola le cerceri di Via Martiri di nuovi “politici”: centinaia di di cittadini polesani rei di essere italiani, picchiati a sangue, legati col fil di ferro ai polsi, stipati come animali nelle celle”.

Lino Vivoda scrive che gli incarcerati, i “nemici del popolo”, erano “elementi dei quali le autorità jugoslave non si fidavano per la loro potenziale opposizione al passaggio alla Jugoslavia”.

La frase è rivelatrice di quel che poi accadde: a finire nelle foibe, a essere deportati nei campi di concentramento dell’interno, a morire in mille modi non erano tanto fascisti e collaborazionisti, ma quelle categorie di persone che mai si sarebbero adattate a vivere sotto un regime oppressivo e straniero come quello jugoslavo.

“Epurazione preventiva” è la politica seguita dalle autorità jugoslave, non la vendetta per vent’anni di oppressione fascista o per i lutti e le distruzioni che la guerra ha portato in Istria. Più semplicemente mettere “fuori gioco” (uccidendo e deportando) tutti coloro che per professione, cultura o altro sarebbero diventati prima o poi nemici del nuovo potere jugoslavo.

In sostanza non era una colpa essere italiani quanto essere filoitaliani e quindi avversari della Jugoslavia a Pola e altrove.

Chi erano quindi le vittime dell’”epurazione preventiva”?

Soprattutto i militari delle varie formazioni armate della RSI come la Milizia Difesa Territoriale con i battaglioni “Tagliamento”, “Mussolini” o “Istria” (ex GNR) o gli appartenenti alla Decima Mas.

Per loro ci furono una quindicina di campi di concentramento in tutta la Jugoslavia, tra i quali i famigerati campi di Borovnica e Maribor. Con loro anche carabinieri ed elementi della Questura e della Guardia di Finanza. In sostanza era necessario ripulire il territorio della loro presenza. Si trattava di uomini armati.

Per i civili ci furono invece le carceri di Lubiana, Belgrado, Stara Gradiska, Sisak.

Chi erano i deportati civili?

Persone di tutte le categorie come giornalisti, avvocati, medici, uomini di cultura, rappresentanti della italianità di Pola. La repressione colpisce anche sloveni e croati anticomunisti.

Ma la repressione si accanì in particolar modo sugli operai e i lavoratori legati ai Cantieri Navali e all’Arsenale di Pola, che erano alla base dell’economia della città. Erano italiani schierati a livello politico e quindi pericolosi per le nuove autorità che volevano jugoslavizzare Pola.

È inutile dire che la classe operaia italiana di Pola destava timore nelle autorià jugoslave perché si trattava di una classe combattiva che mai si era piegata di fronte al fascismo. Accanto agli operai la repressione si accanisce sui partigiani che non si mostravano particolarmente entusiasti di diventarejugoslavi.

Scrisse Bruno Angeli di Pola, testimone degli eventi:

“In un solo forte di Pola, come da prove fotografiche che posso in qualsiasi momento fornire, furono trucidati a colpi di piccone e di ascia ben 300 italiani, perlopiù partigiani, senza alcun giudizio, ma solo perché insofferenti del dominio slavo. I trucidati e i deportati furono spogliati di ogni loro sostanza e dei beni patrimoniali, che vennero ripartiti fra gli slavi mentre gli oggetti furono divisi tra i carnefici…

Provvidero poi all’arresto in massa e al successivo infoibamento di quegli italiani che non volevano rinunciare ad essere tali, nonché di coloro che in certo qual modo dimostravano di non nutrire eccessiva simpatia per la Repubblica Popolare Federativa Jugoslava. Costoro furono colpiti senza pietà col pretesto che erano fascisti”.

Anche chi fu deportato nei campi di concentramento soffrì in modo indicibile:

E’ da considerare che le violenze che abbiamo raccontato per Pola si svilupparono nello stesso modo a Trieste, Gorizia, in tutta l’Istria e in Dalmazia. Le vittime sono intorno a 5000 persone ma non ci sono documenti e non è mai stata fatta una seria analisi numerica delle vittime e degli arrestati. In ogni caso le vittime furono tante.

Tutto questo durante i cosiddetti “Quaranta giorni” che vanno dal 1° maggio al 12 giugno del ’45 quando Truman impone a Tito di sgombrare la Venezia Giulia e Stalin acconsente.

Già si comincia a ragionare in termini di Guerra Fredda e Truman non vuole gli jugoslavi addirittura a Trieste dietro i quali ci sono i sovietici.

Una breve riflessione prima di proseguire. Abbiamo visto partigiani sloveni e croati accanirsi su partigiani italiani; comunisti jugoslavi commettere crimini su comunisti e partigiani italiani e su ex deportati dei campi di concentramento nazisti. Il rischio è non capire nulla.

In realtà se definiamo il movimento di Tito in chiave nazionalista più che comunista abbiamo la chiave d’accesso agli avvenimenti.

L’ossessione dei cosiddetti comunisti sloveni e croati per allargare i confini delle rispettive repubbliche, le tante bandiere nazionali sventolate, il tentativo riuscito di Tito di aumentare il territorio jugoslavo ai danni di Bulgaria, Austria, Italia connotano in senso nazionalista la politica jugoslava. Solo i nazionalisti plaudono alle conquiste territoriali con il loro corteo di violenze contro tutti gli avversari mentre il comunismo marxista è internazionalista secondo il quale tutti i lavoratori delle diverse patrie devono essere uniti contro ogni bandiera nazionale dietro la quale ci sono gli interessi dei nazionalisti e dei capitalisti.

Il 12 giugno le truppe jugoslave se ne andarono dalla Venezia Giulia lasciando un corteo di distruzioni fisiche e morali.

Nacque la Linea Morgan.

Il territorio venne diviso in due zone di occupazione, separate dalla Linea Morgan: la zona A (comprendente l’enclave di Pola), retta da un governo militare alleato, e la zona B sotto un governo militare jugoslavo.

Quando se ne andarono i titini i polesani tirarono qualcosa di più di un sospiro di sollievo.

Il problema ora era molto semplice: la città sarebbe tornata all’Italia? Quanto sarebbe durata l’occupazione Alleata? E se fossero tornate le autorità jugoslave, che fare? Abbassare la testa o andarsene?

Tornò la Jugoslavia a Pola e in tutta l’Istria e a questo punto un’intera città dovette scegliere la strada dell’esilio.

Come sappiamo la cessione ufficiale di Pola alla Jugoslavia avvenne con la firma del trattato di pace a Parigi da parte di De Gasperi il 10 febbraio 1947. Ma prima che ciò avvenne l’intera città stava smobilitando.

Alla metà di maggio del ’46 si seppe che le potenze vincitrici erano orientate ad accettare la linea francese che escludeva Pola dai confini italiani. E questo fu il primo trauma. Fino ad allora in città c’era stato un certo ottimismo.

Poi il 18 agosto sempre del ’46 ci fu la tragedia di Vergarolla quando una trentina di mine, residuato bellico, accatastate sulla spiaggia, scoppiarono improvvisamente provocando decine di vittime e un numero impressionante di feriti e mutilati.

Difficile dire se fu un attentato o meno. Gli inglesi in ogni caso parlarono di dolo. In ogni caso i polesani attribuirono subito la responsabilità alla polizia segreta jugoslava per spargere il terrore e far allontanare la popolazione.

L’esodo dalla città fu aperto ufficialmente il 23 dicembre del ’46 dal CLN e iniziò a gennaio del ’47 con alcune motobarche che iniziarono a fare la spola tra Pola e Ancona e Pola e Venezia fino al 20 marzo quando il “Toscana” effettuò l’ultimo viaggio.

Se ne andarono circa 28mila polesani su una popolazione che arrivava a 32mila abitanti.

Il governo di Roma cercò di frenare in vari modi l’esodo annunciato un po’ perché le condizioni dell’Italia rendevano difficile alloggiare e nutrire così tante persone. Ricordo che i profughi furono circa 300mila da tutta l’Istria. Ma soprattutto De Gasperi temeva giustamente che l’esodo degli italiani da Pola avrebbe reso impossibile il far valere al Congresso di Parigi l’italianità della città.

Palmiro Togliatti, segretario del Pci, mostrò un certo imbarazzo di fronte all’esodo istriano dando la colpa al governo che sembrava voler cercare un clima di contrapposizione ideologica, in realtà del tutto inesistente. L’imbarazzo del Pci era evidente: l’esodo di massa dimostrava da subito che la nuova Jugoslavia socialista non era il “paradiso dei lavoratori”.

Nello stesso tempo l’Unità additava nei polesani i veri e propri fascisti che fuggivano da un regime dove avrebbero pagato il conto dei loro crimini e questo spiega le manifestazioni di ostilità che talvolta accolsero i profugi al loro arrivo in Italia da parte dei portuali, dei ferrovieri, dei militanti del Pci che credettero a questa campagna di stampa faziosa.

Excursus storico

Non è possibile affrontare in un incontro come questo solo l’esodo da Pola. È necessario contestualizzare e inserire il dramma di Pola nella occupazione italiana e fascista dell’area istriana e dalmata dopo il 1918 e nel contesto della seconda guerra mondiale quando l’Istria e i Balcani furono trascinati in una guerra durissima.

L’occupazione italiana dell’Istria dopo la Grande Guerra (1920) crea molte tensioni in un’aerea mistilingue in cui sono quasi assenti le tensioni nazionali. Gli italiani in Istria sono circa un terzo rispetto agli slavi ed abitano prevalentemente le città costiere mentre le campagne sono slave. Possiamo affermare che lo Stato italiano non aveva alcun diritto nell’occupare queste terre tranne il diritto della forza dopo aver vinto la prima guerra mondiale contro l’Austria.

Snazionalizzare!

C’è una espressione per capire la politica dello stato italiano (dal ’25 interamente fascista) in queste terre che dovevano essere italianizzate con la forza e rapidamente: Snazionalizzazione forzata e in tempi rapidi (Italianizzazione forzata degli slavi / dovevano diventare “buoni italiani” e in fretta)

– Voleva dire: italianizzazione dei cognomi slavi (1927) e della toponomastica; chiusura delle organizzazioni assistenziali, culturali, scolastiche slave, ‘27 (sono 400); riduzione del credito fondiario per allontanare la maggior quantità possibile di slavi dall’Istria

– Proibizione di parlare altre lingue oltre l’italiano (’25) / “Qui non si parla (sloveno a Trieste)” di Boris Pahor

– Nascono gli “allogeni” (chi parla un’altra lingua rispetto alla maggioranza), ossia gli istriani slavi che diventano “stranieri” nel territorio italiano, praticamente cittadini di serie b. Da notare che diventano “stranieri” in casa loro

– Repressione del clero sloveno e croato (1927). I vescovi Borgia Sedej e Luigi Fogar (‘31 e ‘36) sono allontanati con provvedimento preso dal Vaticano su sollecitazione dello Stato italiano

– Sono sciolte le cooperative slave di produzione e consumo (’28-30)

– Riforma Gentile (’23): nelle scuole è proibito parlare slavo e quindi è proibito l’insegnamento delle lingue straniere (regressione culturale dei giovani slavi).

– repressione degli insegnanti slavi: cacciata dalle scuole e arrivo di maestri italiani razzisti

– la violenza squadrista: Narodni Dom (Casa della cultura slovena a Trieste), 13 luglio 1920 / cinque condanne a morte (1930) a Basovizza (nazionalisti slavi)

– l’esodo slavo nel corso degli anni Trenta: circa 30-40mila partenti

Con la guerra nei Balcani la situazione per le popolazioni slave precipita

L’Italia invade la Jugoslavia il 6 aprile del 1941 e acquisisce molti importanti territori: Lubiana e parte della Slovenia, la costa dalmata e la Croazia fino al Montenegro e alla Grecia

Nasce il 27 aprile del ’41 l’OF, ossia il Fronte di Liberazione sloveno e croato, dove i comunisti di Tito sono i più attivi (pregiudiziale patriottica). Il Partito comunista sloveno nasce nel ’37 e dal ’41 si radica fortemente nel territorio. Il leader è Josif Broz, detto Tito, uomo di Stalin.

L’esercito italiano applica le stesse modalità operative dell’esercito tedesco nell’Europa occupata: combattere gli attentati dei partigiani vendicandosi sui civili. Iniziano repressioni indiscriminate ai danni delle popolazioni slave per combattere il terrorismo dei partigiani: la circolare n.3C di Roatta (II Armata): “Non dente per dente, ma testa per dente”; “Si ammazza troppo poco” (Robotti); “Dobbiamo combattere tutte quelle tendenze contenute nella frase “bono italiano”, scrive Roatta. Intere zone sono evacuate bruciando le case, la popolazione è deportata.

I lager del duce: tra i più importanti Gonars, Visco, Renicci, Arbe (Arbissima!), Monigo, Chiesanuova, Colfiorito (soggetti all’autorità militare) e decine di altri lager in funzione antislava (almeno un centinaio, Capogreco) con 30mila sloveni deportati, anche famiglie intere (dalla Slovenia). 100mila internati da tutta la Jugoslavia.

A questo punto, con il tracollo dello stato con l’8 settembre del ’43, inizia la tragedia delle foibe.

L’8 settembre del ’43 e la prima fase delle foibe

Avviene il primo massacro di italiani (vittime: min. 500/600, max. 1000). Caratteri della reazione slava del ‘43: dalla jacquerie contadina alle prime forme di organizzazione politico-ideologica del movimento comunista di Tito

Chi finisce nelle foibe?

Possidenti italiani, quadri del PF, responsabili delle violenze precedenti ma anche impiegati comunali, carabinieri, guardia di finanza, esattori delle tasse, dirigenti e capisquadra operai, avvocati, levatrici, medici, ma anche minatori dell’Arsia… Vale l’equazione italiano=fascista=possidente=ateo. Si tratta della classe dirigente italiana nelle zone acquisite.

Non si guarda alle responsabilità individuali. Prevale l’istinto della vendetta nelle masse slave che si ribellano.

Nelle foibe tanti colpevoli ma anche molti innocenti: Norma Cossetto di Santa Domenica di Visinada e le tre sorelle Radecca di Fàsana (Albina, 21 a., Caterina, 19 a.,  e Fosca, 17 a.). Molti sono uccisi in veri e propri regolamenti di conti in cui la politica non c’entra nulla, altri per vecchi rancori. Don Tarticchio di Rovigno.

L’arrivo dei tedeschi (primi di ottobre ’43) e fine della mattanza / però altre migliaia di morti provocati dalla reazione tedesca.

Video foibe / non credo però che ci sarà tempo

Conclusioni

Quindi i drammi delle foibe e dell’esodo non possono essere avulsi dal loro passato, ossia la dura dominazione italiana durata vent’anni, acuita poi dalla tragedia della guerra che toccò pesantemente l’area dei Balcani.

Ma sarebbe sbagliato anche vedere questi fatti come semplice vendetta da parte dell’elemento slavo che sopporta a lungo il nazionalismo italiano nelle sue terre e poi si ribella con episodi di indicibile violenza. La foibe del ’43 in parte rientrano in questa casistica.

Le foibe e le violenze del ’45 nascono all’interno del gruppo dirigente jugoslavo che vuole mettere i propri nemici veri e presunti nella condizione di non nuocere.

“Epurazione preventiva”: è la chiave per capire gli avvenimenti al di fuori di ogni pregiudizio. Non quindi “olocausto italiano”, “pulizia etnica” ecc. Non si voleva colpire gli italiani in quanto tale ma “ripulire” il territorio dagli elementi politicamente pericolosi per le nuove autorità. Anzi le autorità jugoslave cercano entro certi limiti di frenare un esodo che minacciava di mutare alla radice la composizione etnica della regione istriana.

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