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Il sanatorio di Legnano “Regina Elena”

Immaginiamo di trovarci a Legnano 120 anni fa. Se avessi avuto qualche necessità sanitaria a chi mi sarei potuta rivolgere?
Fin dal 1836 avrei potuto contare su due medici. Il medico condotto, che aveva le funzioni dell’attuale medico della mutua, del medico di famiglia, ed un chirurgo, che aveva il compito di effettuare piccole operazioni chirurgiche ambulatoriali, di fare la vaccinazioni (allora era molto più complicato anche fare una semplice iniezione). Curiosamente il medico condotto poteva sostituire il chirurgo ma non viceversa e il chirurgo era stipendiato con una paga inferiore, circa la metà rispetto al medico condotto.
Il primo medico chirurgo a vincere il concorso per la condotta fu il dott. Saule Banfi. E questo fu un problema per Legnano perché il dott. Banfi era anche un patriota e venne arrestato dagli austriaci nel 1848 lasciando Legnano priva del suo chirurgo e con un unico medico per tutta la popolazione.
Saule Banfi, scarcerato, tornò ad operare a Legnano e negli archivi comunali è conservata una sua istanza in cui chiede cortesemente che gli venga aumentato lo stipendio che da 35 anni è ancora quello del 1836, cioè 1300 lire all’anno. Il dott. Banfi fa notare che le spese per la casa e il vitto sono aumentate di due terzi. All’epoca poi il medico aveva l’obbligo di visitare i pazienti a domicilio anche tutti i giorni o più volte al giorno se la malattia era grave e Legnano anche se aveva meno abitanti aveva tuttavia l’estensione di territorio di oggi. Raggiungere le case lontane dei pazienti era un costo a carico del medico: lire 3 e centesimi 40 per l’uso giornaliero di una carrozza con cavallo. Saule Banfi si lamenta anche che i pazienti sono aumentati di parecchio. E’ vero: la popolazione legnanese dalla metà ‘800 crebbe velocemente in seguito all’industrializzazione che richiamò operai dal circondario: le tessili Cantoni, De Angeli-Frua (nella cui palazzina amministrativa ci troviamo ora), Dell’Acqua, Bernocchi, la Manifattura e le metalmeccaniche Franco Tosi, Andrea Pensotti, Ercole Comerio.
Saule Banfi ottenne l’aumento di stipendio da 1300 a 1500 lire annue e in seguito, dopo 47 anni di ininterrotto servizio, gli venne concessa una cosa che all’epoca non si usava: una pensione vitalizia di 1300 lire all’anno.
Tante industrie, tanti operai, tanti infortuni, dovuti anche alla stanchezza. Il primo sciopero di cui si ha documentazione scritta è avvenuto proprio a Legnano nel 1880 ed è stato organizzato dalle filandiere per ottenere la riduzione delle ore di lavoro a 12. Potete immaginare cosa significa stare su un macchinario o un telaio più di 12 ore, con le navette da controllare, i fili rotti da riannodare in fretta: non è un caso che, per esempio, i registri del personale della Manifattura riportino tante operaie prive di un occhio o di una o più falangi o dita. Ma per gli uomini al lavoro nelle industrie metalmeccaniche era ancora più pericoloso. Non c’erano scarpe o guanti antinfortunistica, si poteva cadere dalle impalcature, e ad esempio nell’aprile 1916 due operai della Franco Tosi sono rimasti ustionati a gambe e piedi con la ghisa fusa e lo stesso giorno un operaio di cotonificio è rimasto impigliato in un ingranaggio di un telaio schiacciandosi le dita. E infatti tutte le grandi fabbriche di Legnano avevano oltre ad un corpo di pompieri interni (Cantoni, Tosi), come prevenzione incendi, anche una squadra di pronto soccorso. Chi è andato lo scorso anno a visitare la Manifattura avrà notato le due barelle appoggiate alle pareti.
Ma una volta prestati i primi soccorsi, dove finiva l’infortunato? Beh, se era cosa da poco se ne occupavano medico condotto e chirurgo, ma se la faccenda era grave e richiedeva un ricovero bisognava andare a Milano, alla Ca’ Granda, ubicata dove ora c’è l’università statale in via Festa del Perdono, non molto distante dal Duomo.
Per il trasporto fino a Milano era stata stipulata una convenzione con la Croce Verde, la quale era dotata di un’ambulanza a traino umano per brevi viaggi e a traino animale per un tragitto tipo Legnano-Milano. Nonostante gli attenti sforzi del Comune i problemi erano molteplici: le ambulanze erano carri fatiscenti in cui in estate si soffocava, in inverno si ghiacciava e se pioveva ci si inzuppava per il tetto rotto e comunque senza ammortizzatori moderni che evitassero ai malcapitati di essere sballottati per più di 30 km. C’era il costo del mantenimento dell’animale, cavallo o mulo. E c’era il tempo di percorrenza che era molto lungo: il mio bisnonno paterno da bambino è partito da Legnano con un’appendicite e ora che è arrivato alla Ca’ Granda era già diventata peritonite e l’hanno salvato per un soffio.
Per tutti questi motivi si è deciso di costruire l’ospedale qui a Legnano.
Dove prenderemmo i soldi noi? Chiederemmo al Comune, alla Regione, all’Unione Europea… All’epoca si usava in un altro modo: un ballo. Era il 1889, i soldi raccolti alla festa da ballo, 10 mila lire, sono stati messi in banca (Cassa di Risparmio). A partire dal 1900 si aprirono le sottoscrizioni. Contribuirono principalmente industriali e operai e il 18 ottobre 1903 il primo padiglione venne inaugurato con 40 letti di degenza. Negli anni successivi si costruirono man mano altri padiglioni.
Se vi interessa per quello che riguarda la sanità a Legnano dall’unità d’Italia fino al 1900 trovate in biblioteca a Legnano una tesi di laurea molto interessante, scritta da Antonina Spanò mentre sull’ospedale vi è un testo di Giorgio D’Ilario che ne ricostruisce i primi 90 anni di vita (lo trovate in biblioteca a Legnano e a Castellanza).

L’ospedale non serviva solo per gli infortuni. Di cosa avrei potuto ammalarmi?
Non di colera che risparmiò Legnano. A Legnano fino al 1870 erano frequenti casi di tifo petecchiale esantematico, poi cessarono. Nel 1888 si registrò l’ultimo caso di vaiolo.
Nel 1891 sono citate tra le malattie infettive e contagiose la difterite, il tifo addominale (ileotifo) e l’influenza.
Oggi non si muore più come nel 1900 per difterite, malattie infantili, nefrite cronica, gastroenterite, tubercolosi, influenza e polmonite. Si muore invece di più oggi per cancro e malattie cardiache.
Bettinelli in un volumetto del 1900 scrive “Le malattie endemiche come il gozzo, la pellagra, le febbri malariche che tanto abbondano in altre parti della Lombardia, qui non si conoscono affatto. Rari i casi di cretinismo e di pazzia. … Ma il lungo lavoro in ambienti chiusi rende la gioventù meno forte e di aspetto meno roseo. … Sono abbastanza frequenti le polmoniti, le bronchiti, le tisi e tutte quelle malattie che sono in diretta conseguenza di una debolezza della costituzione fisica.”

Fattori predisponenti ce n’erano anche a Legnano. I lavori usuranti, i salari bassi che non permettevano adeguata alimentazione, l’affollamento sia nei luoghi di lavoro, sia nelle scuole e le case che non avevano spesso grandi finestre ed erano piccole, costringendo a dormire in tanti nella stessa stanza, contagiandosi.
Che fare? Curarsi a casa? Sul periodico “L’Italia sanitaria” nel 1906 un medico pubblica una “Nota dal campo”:
“Ecco qua. Il medico è chiamato nella stamberga di un uomo esausto dalla fatica. Uno sguardo alla scena, poche interrogazioni. Comprende. Ma come riparare? Come contendere alla morte quel povero essere stremato di forze, denutrito da prolungati digiuni, sferzato, anche nel giaciglio doloroso, dalle preoccupazioni più urgenti per la famiglia, che aspetta il pane dal lavoro di due braccia capaci? Come? Il medico – oh! È bene il medico di condotta! – non può ordinare un congruo nutrimento riparatore, vita all’aria aperta, ecc., soggiorno di riposo e di ristoro. Ogni ordinazione consimile è ironia fischiante, è teoria che si frange e va in cocci davanti alla povertà. E allora?”

La nota si conclude così: “e allora?”
L’alternativa sarebbe un sanatorio, tipo quello di Davos della Montagna Incantata di Thomas Mann, qualche pratica medica e…
“Dovunque luce e pulizia cliniche, lassù. … Tutto era bianco e conservato nel bianco. … L’aria priva di profumo, di contenuto, di umidità, che penetrava facilmente nei polmoni … La passeggiata e la cura sulla sdraio sotto due coperte di lana di cammello, lunghe, larghe, morbidissime. … I sei pasti al giorno, dalla prima colazione con coppe di marmellata e di miele, piatti di riso cotto col latte, piatti di uova frullate e di carne fredda, al latte della sera che alle nove veniva portato nelle camere.”

Ma questo è un sanatorio di lusso. I legnanesi non potevano permetterselo, nemmeno il Comune poteva pagare per loro la retta. I bisognosi venivano inviati a spese del Comune al sanatorio di Prasomaso (SO) in Valtellina, come è il caso nel 1924 dell’on. Carlo Venegoni, futuro esponente di spicco della Resistenza legnanese e lombarda.
Fin dal 1917 si pensa di costruire una struttura per i malati di petto qui a Legnano, ma è difficile reperire i fondi. Siamo anche in periodo di guerra, la grande guerra del 1915-18.
E proprio la guerra ha portato ad un grande aumento della tubercolosi. Nel grafico si notano i due picchi della prima e della seconda guerra mondiale.  Sulla Cronaca Prealpina del 16 ottobre 1916 si scrive che la tubercolosi è l’arma batteriologica utilizzata appositamente dagli austroungarici contro i nostri soldati prigionieri in modo che se un domani torneranno a casa saranno inabili al lavoro. Non è proprio così. La colpa è del nemico ma solo indirettamente perché nei campi di concentramento l’alimentazione è scarsa, l’igiene scarsa, il lavoro coatto tanto, l’affollamento elevato. Sono le condizioni ideali per la tubercolosi. Il fratello di mia nonna è stato fatto prigioniero agli inizi della guerra, è finito a Mauthausen, è tornato vivo perché aveva vent’anni ed era forte, ma è tornato con la tubercolosi.
Non solo i prigionieri ma anche i soldati nelle trincee erano nelle condizioni ideali per contrarre la tubercolosi. Il fronte italiano era quasi tutto in montagna, in alta montagna: vivevano nella neve  e cibo e acqua, scarsi, arrivavano quando arrivavano a dorso di mulo o con i cani. E anche in pianura umidità e sovraffollamento.
Sulla Cronaca Prealpina del 29 aprile 1918 si legge che il legnanese sig. Borsani acquista ed offre al Comune un tubercolosario sopra Mondovì per i legnanesi reduci dai campi di concentramento.
Ma l’idea del tubercolosario proprio qui a Legnano sta prendendo forma. A Busto ne vogliono costruire uno: il cav. Bernocchi si oppone sostenendo con forza di “non intralciare con altra iniziativa il progetto, ormai lanciato, del tubercolosario di Legnano”. E “continuò incessantemente la sua propaganda di persuasione fino al raggiungimento dello scopo”. Nell’annosa battaglia campanilistica tra Legnano e Busto la spunta Legnano.
Ma in Comune cade la giunta, ne sale una di sinistra, si cambiano tutti i partecipanti al Comitato pro tubercolosi e si decide di non costruire più un tubercolosario, cioè una struttura per malati terminali, ma un sanatorio, cioè una struttura che è tesa a riabilitare i malati recuperabili, a farli uscire sani. La Cronaca Prealpina del 23 gennaio 1924 considera polemicamente un grave errore il cambio di destinazione ma visto con il senno di poi devo dire che il sanatorio è stata la scelta migliore rispetto al tubercolosario.
I dati clinici e statistici dei primi 20 anni di esercizio ci dicono infatti che su 5000 pazienti l’11% è uscito dal sanatorio in condizioni ottime, il 20% migliorato. E chi è uscito peggiorato o è morto in sanatorio faceva parte dei malati terminali che comunque sono stati accolti nel sanatorio, anche se non era questa la funzione principale della struttura.
La tubercolosi polmonare fibroessudativa prevale negli ammalati, segue la broncopolmonite tubercolare ed altre forme cliniche. Per la maggior parte la malattia insorge in modo subdolo e la cura durava 4 mesi.
I pazienti hanno per lo più tra i 17 e i 25 anni e si tratta per la maggior parte di lavoratori dell’industria tessile cotoniera (253), poi vi erano meccanici (115), impiegati e studenti (75), contadini (36) e occupazioni varie (30).

Non c’è il tempo per parlare più diffusamente delle statistiche cliniche ma se vi interessa trovate integralmente il resoconto del 1944 sul sito ANPI Legnano tra i link dei documenti precedenti la Resistenza. E trovate anche il libro scritto nel 1929 dal primario del Sanatorio, prof. Mario Redaelli, e le pagine della Cronaca Prealpina.

Il progetto del Sanatorio venne affidato all’ingegner Tomaso Roveda. Si decise di intitolare il sanatorio alla regina Elena di Savoia.
Il preventivo per la costruzione del sanatorio risultò di 6 milioni di lire, molto più elevato rispetto alla somma raccolta e si rischiò di non realizzare l’opera. Il cotonificio Cantoni grazie Xx all’ing. Carlo Jucker contribuì per tre milioni, il comune di Legnano per 300 mila lire ed il resto si raccolse con sottoscrizioni tra industriali e operai. Una lapide interna al sanatorio ne ricorda in nomi.

Il 12 maggio 1924 la costruzione era ultimata e Xx arrivarono 7 Suore della Carità dalla provincia di Vercelli. Dai documenti dell’Ordine:
“Suor Gliceria Arborio Superiora,
Suor Emilia Pelagatta infermiera per il Riparto donne,
Suor Maria Rosaria Pagani guardarobiera,
Suor Giacomina Cerini cuciniera,
Suor Bertilde Banfi dispensiera,
Suor Benedetta Corbetta (giovanissima 19 anni) supplente infermiera e
Suor Maurilia Lattuada infermiera per il Riparto uomini”.
“Le Suore trovano il loro campo di missione più consono alla loro vocazione senza incontrare troppe difficoltà. Il lavoro non è eccessivo, gli spazi per la preghiera ed il riposo sono ben ripartiti.”
Il 12 giugno 1924 la Cronaca Prealpina annuncia che domenica 15 ci sarà l’inaugurazione alla presenza del principe ereditario Umberto.
Il 13 giugno arriva la smentita. L’inaugurazione avverrà giovedi 19 alla presenza della Regina Madre Margherita di Savoia.
Il mercoledi pomeriggio si monta in fretta il palco per le autorità, proprio di fronte all’ingresso del sanatorio. C’è molta ansia.
Alle 15.00 del giorno successivo le autorità, le scolaresche, le rappresentanze si ritrovano in Municipio e in piazza Umberto I (l’attuale piazza San Magno). Legnano è tutta imbandierata tricolore. Il corteo delle autorità parte con la banda in testa, la “musica” come si diceva allora.
Lungo i viali del sanatorio sono schierati i sindaci dei comuni della zona con i gonfaloni, le associazioni con le bandiere, i vessilli e le rappresentanze dei Mutilati, delle Madri e Vedove, degli Orfani, degli Ufficiali Smobilitati, degli ex-militari, i ginnasti e pompieri del Cotonificio Cantoni, i pompieri civici e di altri stabilimenti cittadini.
Sulla tribuna reale si trovano le autorità, il Sindaco comm Fabio Vignati, l’Abate mitrato don Gilardelli prevosto di Legnano, i membri del Consiglio di Amministrazione del Sanatorio con a capo il presidente ingegnere Jucker, il direttore del Sanatorio stesso prof. Redaelli, le suore, le dame di corte.
Alle 16.10 la Regina Margherita arriva direttamente al Sanatorio proveniente da Salsomaggiore. Un’auto la precede e due carabinieri a cavallo la scortano. Il sindaco dopo il saluto e un accenno alle vicende del sanatorio prega Sua Maestà la Regina di degnarsi di consegnare con le sue auguste mani al comm. Jucker la medaglia d’oro che il Comune ha a lui decretato in segno di riconoscimento e di gratitudine.
Nell’archivio comunale è conservata la lettera di ringraziamento di Jucker.
Non è l’unica opera benefica dell’ingegnere: famose la “Casa di cure salsojodiche pro Legnano” sita a Salsomaggiore Terme,  a Legnano la Colonia Elioterapica per la cura del rachitismo infantile e il centro per i Mutilati ed Invalidi di guerra. E molto altro. (Nel 1928 realizzò la “Casa di cure salsojodiche pro Legnano” sita a Salsomaggiore Terme. Nel 1937-38 promosse e realizzò a Legnano la Colonia Elioterapica per la cura del rachitismo infantile. La fondazione di biblioteche, l’istituzione della mutua interna per i dipendenti, la fondazione delle scuole e degli asili infantili, la creazione del centro per i Mutilati ed Invalidi di guerra (via Verri ang via Bissolati), l’apertura di cooperative e spacci aziendali, la fondazione di un corpo dei Vigili del fuoco e di un apprezzato complesso bandistico, la fondazione della casa di ricovero per inabili a Castellanza, l’inaugurazione del sanatorio di Camerlata, la partecipazione con cospicue somme alla realizzazione dell’istituto per la cura del cancro, ed altro ancora.)
L’Abate Mitrato don Gilardelli procede alla benedizione e l’on. Innocenzo Cappa pronuncia la sua smagliante orazione ufficiale.
La cerimonia è terminata e la Regina visita il sanatorio, interessandosi minutamente dei servizi, del funzionamento, dei sistemi di cura. La visita dura a lungo perché la Sovrana vuol vedere tutto e vuole spiegazioni su tutto.

Il Sanatorio è costituito da un corpo centrale a due piani e due corpi laterali ad un piano. Nella parte anteriore centrale una grande veranda con mobili da giardino, a destra per le donne, a sinistra per gli uomini e un ampio terrazzo su tutta la fronte. Nella parte posteriore i locali per la visita medica, la radioscopia, i laboratori, l’appartamento del medico assistente e gli uffici amministrativi. I refettori con tanti tavolini come negli alberghi moderni dove i medici mangiavano insieme ai malati utilizzando le stesse stoviglie, lavate e disinfettate grazie ad una avveniristica lavastoviglie automatica.  Vi sono poi le sale di pulizia dove ogni ricoverato aveva il suo personale lavabo con tutto il servizio di toilette, locali per i bagni, lavatoi, servizio di barbiere. E le camere per gli infermieri di guardia munite di quadro elettrico per le eventuali chiamate notturne.
Nei sotterranei luminosissimi sono disposti tutti i servizi: la cucina, la dispensa, i locali di disinfezione e sterilizzazione degli indumenti, le caldaie per il riscaldamento, la chiesetta, il refettorio per il personale costituito dalle suore di Vercelli e dagli infermieri.
Due bracci, il destro per le donne, il sinistro per gli uomini, comprendono camere a 1, 3, 6 o 8 letti, dipinte con colori pastello e motivi floreali, munite di tutti i comfort, di ampie vetrate e di uno speciale impianto di aerazione. In totale possono ospitare da 100 a 120 tubercolotici. Sul tetto due ampi terrazzi ornati di gerani.

Accanto alla struttura vi sono due solarium in stile liberty, il destro per le donne, il sinistro per gli uomini. Ora sono molto malconci e ricoperti di vegetazione:  ailanto  robinia luppolo edera vite vergine caprifoglio ma nel 1924 erano uno splendore. Costruiti in stile liberty in legno e calcestruzzo, un materiale nuovo, con la cura dei particolari, dei colori, di cui c’è ancora traccia. Hanno una forma ad arco, rivolte verso mezzogiorno. Il corridoio centrale era suddiviso in una specie di piccole cabine nelle quali sono ricoverati durante la notte seggioloni a sdraio con annesso tavolino, ad uso strettamente personale di ogni singolo ospite, come strettamente personali erano la sputacchiera e vestiti e coperte, per evitare il contagio incrociato. Intorno a questo corpo corrono ampie verande a colonnati, sotto le quali le seggiole a sdraio possono scorrere uscendo dai ricoveri attraverso un varco di paratie scorrevoli in corrispondenza di ciascuna sdraio scivolando su apposite rotaie fissate al pavimento. I lati dove ci si poteva mettere per la cura del sole e dell’aria erano due, uno invernale ed uno estivo. Le finestrelle avevano l’innovativa apertura a bocca di lupo.

Innovative erano anche le cure. Al Sanatorio di eseguivano operazioni chirurgiche e le analisi microscopiche e radioscopiche. Ricordiamoci che nel 1924 non c’erano medicinali in grado di uccidere il batterio della tubercolosi e bisognava arrangiarsi a combatterlo irrobustendo le difese immunitarie e mettendo a riposo un polmone per volta con un pneumotorace che consisteva nell’insufflare aria o azoto forzatamente nel polmone e impedirne il funzionamento perché si cicatrizzassero le lesioni. Di più non si poteva.

Il complesso era completato da altri edifici: la portineria, il dispensario che dava consigli cure sostegno economico ai tubercolosi di Legnano e zona che si curavano a casa. I numeri sono impressionanti. Nei primi 20 anni sono stati 5000 i tubercolosi curati al sanatorio ma 2561 quelli curati in ambulatorio e 28.553 le visite ambulatoriali.
C’era poi la casa delle suore, e dei medici con un passaggio sotterraneo per raggiungere in fretta il corpo centrale del sanatorio qualora ci fosse un’emergenza. E c’era l’inceneritore dove venivano distrutti vestiti o bende infetti.

Terminata la visita alle 17 la Regina Margherita si reca con la sua berlina in piazza Umberto I dove incontra i bimbi delle scuole, visita la chiesa di San Magno dove è approntata una mostra di arazzi e giunge in piazza monumento dove sono adunati gli ex-militari, le vedove, i mutilati. Lungo il percorso sono schierate le maestranze delle fabbriche di Legnano. La Regina ha gesti di saluto, baci, strette di mano, parole buone per tutti.

L’anno successivo è il Re Vittorio Emanuele III a visitare il Sanatorio. Il 26 aprile 1925 di mattina presto alle 7.45 sotto una pioggia violenta, dirotta. Il Re si sofferma a parlare con i pazienti, in particolare con i militari, soldati e ufficiali decorati di medaglie al valore.

Partito da Legnano il Re alle 8.35 è già Xx ad Olgiate Olona. E’ in visita ad un istituto che è molto importante anche per Legnano perché, se gli adulti tubercolosi hanno a Legnano un Sanatorio, i bimbi di Legnano che hanno contratto la tubercolosi o sono nati sani ma in famiglia di malati gravi vanno qui.

E se questo bimbo non dovrà più aver paura nemmeno i suoi genitori dovranno averne. Gli industriali di Legnano e zona organizzavano visite al preventorio. Queste sono maestranze legnanesi.

Un ultimo elemento faceva parte integrante della cura e del Sanatorio di Legnano. Il suo parco:

Alberi di utilità agricola: NOCE – GELSO BIANCO
Alberi tipici del bosco di pianura: QUERCIA FARNIA che con il CARPINO BIANCO costituisce i quercocarpineti planiziali insieme a ONTANO NERO – SAMBUCO i fiori servono per il liquore, i frutti per ottime marmellate – ACERO CAMPESTRE – BIANCOSPINO – AGRIFOGLIO – TIGLIO – le enormi piante di BAGOLARO che crescono anche a quote più alte.
Alberi di collina e media montagna: il FAGGIO qui presente anche nella elegante varietà purpurea e l’ACERO RICCIO tipico dei faggeti.
Alberi esotici: MAGNOLIA originaria del Messico e USA meridionali – IPPOCASTANO o castano d’India (Europa orientale) – QUERCIA ROSSA americana – SPINACRISTI (USA centro-orientale): si capisce il nome – PLATANO (Asia occidentale) –
Le conifere: il TASSO che non produce pigne ma arilli carnosi – LARICE con i suoi aghi teneri e caduchi – ABETE BIANCO, altissimo con pigne piccolissime e i caratteristici tronchi bianchi – ABETE ROSSO PECCIO diffusissimo nel parco – PINO NERO vicino al solarium femminile – PINO MUGO nella varietà arborea, con la tipica corteccia rossa e il profumo di mugolio
Le conifere esotiche: CEDRO DELLA CALIFORNIA detto anche cedro dell’incenso per il forte profumo di frutti e corteccia – CIPRESSO DI LAWSON (California) – PINO DELL’HIMALAYA con le sue enormi pigne lunghe 30 cm – PINO STROBO (nord America e Canada) – CEDRO DELL’ATLANTE con i suoi esemplari maestosi che nella varietà glauca costituiscono una splendida cornice alla statua dell’ing. Carlo Jucker.

Il parco è stato sistemato artificialmente per eliminare i frastagliamenti del terreno ed è stato piantumato nel 1924 e ne danno testimonianza le dimensioni dei tronchi degli alberi. Sapete come si fa a conoscere l’età di un albero? Si contano gli anelli: io qui ne ho contati più di 90.  C’era persino una sequoia e  i pini erano parte integrante della cura, soprattutto il pino mugo che produce mugolio, utile nelle affezioni respiratorie.

L’ubicazione del sanatorio non è stata scelta a casaccio.
Notate il movimento dei rami? Si tratta di un leggero venticello. Non il vento forte di Levante, grazie al riparo della collina morenica dei Ronchi. Ma un venticello costante che rende l’aria più secca e allontana gli insetti: condizioni ideali per la vite e infatti qui vi era coltivata la vite che dava il famoso vino di S. Erasmo. Condizioni ideali per la vite ma anche per chi è affetto da malattie respiratorie.

Era stata offerta un’altra posizione nei boschi del Tosi ma non era così ottimale dal punto di vista climatico.
Nel parco ci sono anche alberi a scopo estetico. Perché?
Tratto da Schatzalp Hotel https://youtu.be/4HQEl8PgQWQ

In tutti i sanatori a parità di condizioni climatiche si cercava il luogo con un panorama più bello.
Questo della Montagna incantata di Mann è mozzafiato, vero? A Legnano si è creato un panorama mozzafiato con piante e fiori ovunque e fioriere con gerani su tutti i davanzali dei finestroni e sui parapetti dei terrazzi. Questo perché il morale per guarire è importante a volte quanto le medicine e al sanatorio di Legnano non si veniva per morire pietosamente ma per vivere, per guarire e tornare alla propria famiglia, al proprio lavoro, alla società.

Nel 1943 S. A. Waksman e coll. scoprono la streptomicina, messa in commercio nel 1944. I casi di tubercolosi si sono ridotti fino quasi a sparire e il sanatorio ha cambiato le sue finalità. Il parco fino allo scorso anno era aperto solo in alcune occasioni e feste particolari, ora è aperto al pubblico il sabato e la domenica di tutto l’anno. Non c’è nulla, non un bar o un’attrazione ma c’è ancora il parco mozzafiato con la sua arietta refrigerante in estate e i profumi di incenso e di resina e di mugolio.

Ma la tubercolosi c’era solo in Italia?

Beh i cartoni animati che vi ho proposto sono di un film didattico americano della Disney del 1944, tradotto in francese per la diffusione in Francia. E… paese che vai usanze che trovi. Terminiamo con un video. A Legnano per guarire dalla tubercolosi si faceva la cura del caldo e del sole, in America… beh cappello di lana e guanti di lana per non prender freddo e… via con la cura!

VIDEO 2 La tubercolosi ossea infantile https://youtu.be/bYp4oAwxfiE

Renata Pasquetto