Pasolini – “Il consumismo senza consumi”

Il mio è un compito difficile ora. Parlare male di Pasolini. Un intellettuale oggi amato da tutti. Da tutti voi.

Parafrasando De Gasperi mi verrebbe da dire che “tutto, tranne la vostra personale cortesia è contro di me”

Devo dire la verità: Pasolini non mi ha mai convinto. Forse perché non mi sono mai impegnato più di tanto nella lettura delle sue opere. Forse perché Pasolini mi appare un falso progressista, più un conservatore astioso che un intellettuale che guarda avanti e cerca veramente di cambiare il mondo.

Uno dei testi letti che mi hanno colpito negativamente è quello del 1 agosto 1975. “Fuori dal Palazzo”.

Immaginiamo la scena

Lido di Ostia. Fine luglio di un’estate caldissima. Pasolini non appare interessato a mare e sole (meno male!) ma ai giovani che prendono il sole, fanno il bagno, ridono e giocano sulla spiaggia.

Seguiamo il suo sguardo su quei giovani e chiediamoci da dove arrivino queste parole colme di disprezzo: “E mi disgustano soprattutto i giovani (con un dolore e una partecipazione che finiscono poi col vanificare il disgusto); questi giovani imbecilli e presuntuosi, convinti di essere sazi di tutto ciò che la nuova società offre loro: anzi, di essere, di ciò, esempi quasi venerabili”.

La scure di Pasolini si abbatte su questi giovani. Sono tutti “infimo-borghesi”?

Sono sicuro che tra di loro c’erano operai, piccoli artigiani, disoccupati, borgatari. Non tutti erano figli di bottegai o figli di professionisti.

A Pasolini appaiono“sazi di tutto ciò che la società offre a loro”. Rotolarsi sulla sabbia è indice di delirio consumistico? Uscire grondanti dall’acqua è sinonimo di “vuoto di valori … “un vuoto che vi ha fatto perdere l’orientamento, e vi ha umanamente degradati…”.

E’ uno sguardo paranoico, quello di Pasolini. Vede contagiati dal consumismo dappertutto.

Certo, quei giovani non hanno l’aria sofferente di Pasolini, Non hanno la sua anoressica magrezza, non appaiono coscienti quanto lui del “baratro” che incombe. Sono giovani e vivono nel loro mondo.

Probabilmente molti di loro vengono dalle borgate romane che lo stesso Pasolini ha esaltato anni prima in “Ragazzi di vita”. Ma ora questi giovani in preda al “consumismo” … li odia.

Li detesta così tanto da farne dei mostri: “I figli che ci circondano, specialmente i più giovani, gli adolescenti, sono quasi tutti dei mostri. Il loro aspetto fisico è quasi terrorizzante, infelice. Orribili pelami, capigliature caricaturali, carnagioni pallide, occhi spenti. Sono maschere di qualche iniziazione barbarica”.

Io nel 1975 avevo 17 anni e non ricordo che vivevo consumando e neppure che il tarlo del consumismo mi rodeva. E voi come vivevate in quel 1975?

Una domanda. Ma non sarà che il “fascino” che ancora oggi suscita Pasolini non sia figlio del carattere nero-apocalittico del suo sguardo?

Ma davvero il consumismo li ha così manipolati – i giovani del ‘75 – da renderli apatici, tronfi, cattivi e non so che altro?

Potrebbe essere vero se la civiltà dei consumi fosse arrivata dappertutto in Italia. Ma non è così.

Nell’Italia del “boom economico”, nell’Italia del “miracolo economico” (anni Cinquanta – inizio Sessanta) c’è chi emigra all’estero per “buscarsi il pane”: Svizzera, Belgio, Germania, Francia.

Chi non sceglie i paesi europei ricchi emigra dal sud al nord (ricordate “Rocco e i suoi fratelli”, 1960) trovando da vivere nei quartieri operai della Barriera di Torino, di Quarto Oggiaro a Milano, nei carrugi di Genova. Chi viene dalla campagna va nelle grandi città e vive nelle baraccopoli della periferia romana dove le condizioni di vita sono così difficili da impedire qualunque sogno piccolo-borghese.

I salari sono miserrimi, le case non ci sono, gli appartamenti sono inarrivabili, gli affitti costano troppo, le famiglie sono numerose e poi incombe sempre la disoccupazione che può ricacciarti indietro nella più cupa miseria.

Era molto più realista Italo Calvino nella pagine di “Marcovaldo” (1963), un operaio torinese il cui unico stipendio e i tanti figli proibivano qualunque slancio consumistico. Solo in una dimensione onirica poteva trasformarsi in consumatore.

Oppure perché non rileggere – sempre di Calvino – “L’avventura di due sposi”. Lui faceva il turno di notte, lei di giorno. La settimana successiva lei di notte e lui di giorno. Si incontravano solo quando uno si alzava dal letto e l’altro andava a letto.

E poi … ammettiamo pure che gran parte degli italiani vivessero in una dimensione di godereccio benessere … il primo a compiacersi di questa nuova realtà sociale non avrebbe dovuto essere un intellettuale progressista e di sinistra come Pasolini?

Sarebbe stata la prima volta che operai e contadini accedevano a consumi non strettamente legati alla pura sopravvivenza. Case dignitose, bambini che vanno a scuola, la moglie casalinga ben vestita, la carne a tavola, e non solo a Natale, qualche libro in più, lo stadio alla domenica …

Perché demonizzare tutto ciò?

Non era vero che i poveri non fossero più poveri (Marcovaldo!), ma se fosse stato vero perché deprecare questa nuova condizione sociale?

E poi, anche con un minimo di nuovi consumi la classe operaia sarebbe rimasta classe operaia, sempre! In fabbrica lo sfruttamento non sarebbe stato attenuato anche se uno arrivava in fabbrica con la Seicento.

Anche con qualche forma di consumo in più la classe operaia non sarebbe deragliata verso una sorta di … piccolo-borghesume.

Pasolini al contrario era convinto che la classe operaia fosse diventata ormai irrimediabilmente “integrata” nel sistema perché accecata dal consumismo.

E la prova migliore che Pasolini si sbagliava viene dai fatti. Si sbagliava nel senso che il “consumismo” avesse abolito la lotta di classe e l’esistenza stessa degli operai in quanto classe.

Negli anni Sessanta la classe operaia italiana inizia una nuova fase delle lotte per il salario che culmina con l’ ”autunno caldo” del ‘69!

Sapete quante giornate di lavoro sono state giornate di sciopero durante l’ “autunno caldo”? 37.850.000!

Subito dopo Piazza Fontana la classe operaia dà al neofascismo bombarolo una grande risposta politica!

La combattività operaia non viene meno neanche quando Pasolini scrive quelle sciagurate parole (1975).

Ma quale società ha in mente Pasolini? Qual è secondo lui una società veramente umana? Il mondo contadino.

Il poeta Sanguineti, irridendo Pasolini, bollava questi concetti come l’ “elogio dell’analfabeta felice”. Altri lo accusavano di nutrire nostalgia per un’arcadia che non è mai esistita.

Pasolini non si rendeva conto che la disgregazione del mondo contadino era l’approdo inevitabile dello sviluppo industriale. Era accaduto in Inghilterra al tempo della rivoluzione industriale ed era accaduto in tutti i paesi che si affacciavano all’industrializzazione. E avviene ancora oggi in Asia, Africa, America latina.

Scrivere peana nostalgici di un passato destinato a passare era inutile e dannoso. Dannoso perché Pasolini non vedeva le novità: soprattutto la trasformazione del bracciante-contadino in un operaio moderno che lavora nella grande fabbrica.

Una nuova classe sociale stava nascendo e per un intellettuale comunista doveva essere una prospettiva accattivante.

Invece Pasolini si attarda verso un mondo descritto in termini agiografici: il “mangiare schietto” (vuoi mettere con il cibo-spazzatura del mondo industriale!), i “tempi lenti dell’esistere”, così lenti che un uomo nasceva in una zona, viveva e moriva lì.

In realtà Pasolini, come Pascoli e altri poeti italiani, non conosce il mondo contadino. E’ nato a Bologna in una famiglia piccolo-borghese – il padre ufficiale dell’esercito e la madre maestra elementare – e la miseria dei contadini non l’ha mai vissuta.

E poi, come sempre, l’ossessione del consumismo, mostro divoratore:

  • Il campo è ora occupato dalla società dei consumi, che tutto ha divorato, col suo sviluppo economico che è il frutto della volontà della destra economica, del neo-liberismo, e dunque degli industriali che vogliono una produzione intensa e illimitata di beni superflui”

Anche qui sbagliava. Lo sviluppo non era volontà della destra economica. Era la conseguenza della crescita economica. E non c’erano solo i beni effimeri ad imputridire l’uomo-consumatore.

Si costruivano autostrade che collegavano finalmente il Nord con il Sud. Linee ferroviarie, viadotti, gallerie ferroviarie e autostradali; si producevano nuovi mezzi di trasporto che cambiavano la mobilità dell’italiano medio. Frigoriferi, lavatrici, televisioni erano destinati a mutare in meglio una società fino a quel momento statica e bigotta. Nuovi bisogni e aspirazioni tra i giovani, bisogni culturali, un nuovo desiderio di partecipazione …

Ma“quando i mulini erano bianchi…!”.

Frase ad effetto (un po’ pretesca) ma priva di fondamento. Chi decide che cos’è un “bene superfluo”?

La 500 che ti porta in fabbrica (prima andavi in bicicletta) è un bene superfluo?
La lavatrice è un “bene superfluo”? Ma prima le donne andavano al fiume a lavare oppure si spaccavano la schiena nella loro abitazione.

Il frigorifero ti fa sognare? Ma prima andavi a fare la spesa tutti i giorni in bicicletta, anche quando pioveva. E sempre ci andavano le donne.

Ma l’uomo con la rombante Alfa Romeo – questa sì simbolo di iper consumismo! – queste cose non le capiva. E le scriveva sul “Corriere della Sera”.

Una domanda. Non vi sembra strano che Pasolini abbia scritto molti articoli per il quotidiano milanese, organo degli industriali lombardi, ossia dei responsabili di quel consumismo che gli turbava il sonno?

In fatto di stampa non è ancora strano che mentre Pasolini accusava la civiltà dei consumi di “fascismo omologatore” scrivesse sul settimanale “Tempo” apertamente conservatore per non dire neofascista?

Non è strano che odiasse la televisione quale strumento coatto di consenso al consumismo ( “Carosello”) e poi fosse un noto personaggio televisivo?

Non è strano che vivesse in un bell’appartamento all’EUR, in una abitazione zeppa di centrini, comodini e vasi di fiori, ed esaltasse i borgatari delle periferie romane?

Non è strano che condannasse la mercificazione della poesia e di ogni attività culturale nel capitalismo e poi pagasse in denaro le prestazioni sessuali dei “ragazzi di vita” che frequentava? Non erano da lui “mercificati”?

Che dire alla fine? Certo criticare un famoso intellettuale fa tremare le gambe a tutti. Soprattutto al sottoscritto. Ma poi penso che i “grandi” – scrittori, scienziati, politici – sono uomini che vivono nel loro tempo e talvolta assorbono i sottoprodotti di queste società che spesso non capiscono perché fagocitati da ideologie deleterie.

Denunciare il consumismo nelle masse popolari in assenza non solo del consumismo ma di un livello accettabile dei consumi! Denunciare la scomparsa delle lucciole senza accorgersi dei grandi mutamenti che l’Italia viveva. Denunciare l’appiattimento della società dei consumi e la scomparsa delle classi sociali in un brodo indistinto.

Questi i limiti più evidenti in Pasolini. A mio parere.

Ma non è finita.

Il 29 ottobre si è tenuta alla Camera la commemorazione di Pasolini con l’intervento di tutti i partiti.

Miracolo! Forse per la prima volta dalla caduta del Muro di Berlino tutti i partiti sono stati d’accordo, con le stesse parole, con gli stessi accenti.

“Un’eredità che, come italiani, tutti abbiamo davanti e di cui dobbiamo essere orgogliosi (FdI).

“Celebriamo non solo un mito, ma riconosciamo l’esempio di una voce che ancora oggi ci chiede di pensare” (Lega).

“La sua eredità ci appartiene come bene comune” (FI).

“Intellettuale coraggioso e anticonformista, figura controcorrente” (Italia Viva).

“Uno degli intellettuali più influenti del secolo precedente” (M5s)

Maurizio Lupi: “Don Giussani ci disse che Pasolini era l’unico, vero, intellettuale cattolico di quell’epoca”

E poi gli altri partiti della sinistra fino ad arrivare a Fratoianni con gli stessi toni encomiastici.

Strumentalizzazioni direte. Ma qualcosa di vero anche nelle più abbiette strumentalizzazioni esiste.

Se pensate che Pasolini stia nel solo pantheon della sinistra vi sbagliate.

E’ nell’immaginario collettivo di tutti i partiti, compresi i neofascisti.

Certo Pasolini era un intellettuale fuori dagli schemi, fuori da ogni ideologia o filosofia di partito. Bella cosa diremmo!

Ma poi tutti ti portano dalla loro parte. Vieni afferrato e usato per giustificare ogni tesi. Soprattutto vieni strumentalizzato da una parte contro l’altra in un gioco infinito.

La polemica contro il consumismo piace a settori cattolici, a settori vetero comunisti e neofascisti. La polemica contro il “Natale consumista” non piace alla Chiesa ma la polemica anti abortista di Pasolini piace agli stessi settori cattolici nel Vaticano e nella Dc che prima lo detestavano.

Le polemiche contro il Pci fanno il gioco della Democrazia cristiana e nello stesso l’accusa ai “gerarchi Dc” è ripresa a sinistra.

Insomma, un intellettuale tirato per la giacca e forse consapevole di essere ogni volta strumentalizzato da una parte contro le altre.

Chissà, forse è la radice del suo successo in vita e ora in morte.